martedì 13 marzo 2018

Iditarod Trail Invitational - ITI130 - Alaska, febbraio 2018

Il punto di partenza

Ho avuto nella mia vita la fortuna di vedere deserti, scalare vette di montagne maestose e attraversare la Lapponia in inverno.  Ma non avevo mai percepito la maestà di Madre Natura nella sua potenza totale e assoluta così come in Alaska. Là si procede nella certezza che la natura possa toglierti la vita in qualsiasi istante tramutando il tuo sentimento da fascino puro a terrore assoluto. E questo lo capisci solo quando sei immerso nell'ignoto a distanze siderali da qualsiasi possibilità di chiedere aiuto, da qualsiasi possibilità di essere soccorso.



Tutto è iniziato 10 anni fa quando nel 2007 mi sono imbattuto per caso nella Iditarod Invitational (ITI) www.iditarodtrailinvitational.com e ne sono rimasto subito folgorato. Dieci anni di focalizzazione su un obiettivo sono tanti. Servono disciplina, costanza e una incrollabile caparbietà per superare i mille ostacoli che la vita ci riserva. Ma serve anche tecnica e una buona dose di arroganza fisica.
Come si fa infatti a capire se il tuo corpo è pronto ad affrontare le interminabili notti dell'inverno in Alaska? Come si fa a capire se si avrà abbastanza tempra da superare il vento gelido che all'improvviso arriva congelando tutto quello che trova? Come si fa a capire se si avrà il giusto senso di orientamento in una terra immensa e ghiacciata dove non esistono tracce né punti di riferimento? Onestamente adesso che l'Iditarod l'ho portata a termine ve lo posso dire: non si è mai preparati fino in fondo ad un esperienza come questa. Ed è forse proprio in questa irrisolvibile incognita c'è tutto il fascino di questa avventura.
Conscio di tutto questo, il 20 febbraio (giorno del mio compleanno) sono partito per Anchorage. Sul posto niente a che vedere con il clima gioioso pre-gara di un Tor o di un UTMB. Ad Anchorage si respira freddo, tensione e consapevolezza di quello che si va ad affrontare. Si respira soprattutto paura e coraggio, che altro non è se non la capacità di guardare in faccia la paura e affrontarla. Mi rendo ancor più conto che in questa sfida non avrò spazio per errori e incertezze. Dovrò fare la scelta giusta nel momento giusto perché il freddo da queste parti non perdona. E non potrò improvvisare. Dovrò fare solo i movimenti testati in mesi e mesi di preparazione.
Nell'Iditarod infatti si va a sfidare l'ignoto da soli e aiutati solo dalle proprie forze. E ci vuole tanta fiducia nelle cose fatte per calarsi nel vuoto infinito della tundra gelida dell'Alaska. La ITI infatti ha la caratteristica di essere una gara in totale autonomia e unsupported. E questo significa che il percorso non è segnato e il soccorso e i rifornimenti non sono garantiti, ma soprattutto non sono forniti strumenti per lanciare un eventuale SOS. Per cui se ci si trova in difficoltà bisogna essere in grado di sopravvivere in un ambiente estremo come quello dell'inverno in Alaska lontano da tutto e da tutti.
Il giorno prima della partenza vado ad assistere al Briefing. Di solito è il momento in cui gli organizzatori raccontano le insidie del percorso e fanno appello alla prudenza dei concorrenti. Qui però è diverso. Il senso del briefing è questo: se siete qui voi ne sapete più di noi. Avete dichiarato di essere degli esperti del freddo artico, di sapere come equipaggiarvi per affrontare centinaia di chilometri d'inverno in Alaska per cui non abbiamo niente da dirvi. Sapete bene che le possibilità di soccorrervi sono prossime allo zero, anche perché non avrete con voi un sistema per lanciare un SOS. Per cui in caso abbiate un incidente, ve la dovrete cavare da soli. Dovrete basarvi sulle vostre capacità di autosoccorso e sopravvivenza. Nei check point ci saranno dei volontari, ma in quanto volontari siete pregati di non disturbarli con richieste, loro hanno il compito di tenere un registro dove voi vi dovrete ricordare di registrare il vostro passaggio.
Ottima come premessa! Guardo il gruppo dei concorrenti che ascoltano queste parole. Siamo in 69, 15 iscritti hanno deciso di non partire. Ci si guarda non si parla e si va dritti in camera a preparare la slitta per il giorno dopo. La mia slitta alla fine pesa 28kg inclusa acqua. Non m'importa che sia pesante. M'importa che dentro ci sia tutto il necessario per far fronte all'immensa distesa selvaggia che mi appresto a percorrere.
Il 25 febbraio alle ore 13.00 sono sulla linea di partenza in mezzo ad una immensa distesa di ghiaccio. Un rapido sguardo tutto attorno: siamo davvero in pochi. Tutto è scarno. Il freddo non ha colore, non è bianco, è un nulla pietrificato. Poi lo sparo e si va verso l'ignoto, certi che né la voglia di vivere l'avventura, né le esplorazioni sono finite.
Ovviamente sul percorso non ci sono le balisse, che danno sempre quella sicurezza di essere in traccia. Ci si deve basare sulle tracce di chi ti precede in bici o a piedi. E si capisce bene perché in questo ambiente il più grande regalo che possano farti è lasciarti una traccia! Oppure si cerca di vedere il GPS, su cui ho scaricato una traccia non ufficiale. Ma qui è tutto difficile e anche il movimento più banale come guardare il GPS richiede una buona dose di fatica.
Le prime miglia sono le uniche "caotiche" con bikers e sciatori che seguono un percorso e con concorrenti a piedi che si lanciano nel bosco. D'altronde il regolamento parla chiaro, non c'è alcun percorso da seguire, ma solo dei check-points  a cui arrivare: il percorso è solo una tua personale interpretazione di questa terra.
Si alternano salite e discese e i tratti interni al bosco a cui seguono quelli esterni su fiumi e laghi  ghiacciati. La temperatura oscilla drasticamente! Uscendo da un bosco ed entrando in una swamp (palude) ghiacciata esposta al vento, ho la necessità di dovermi togliere i guanti per aggiustare i tiranti della slitta. Concluso il lavoro in pochi istanti, le mani mi si ghiacciano e bloccano in una forma ad uncino per il freddo, riesco a tirare il "filo rosso" delle muffole da alta montagna che penzola dalla sacca sulla slitta e insultandomi a voce alta per l'idiozia di essermi sfilato i guanti riesco ad infilarmele con non poca fatica e a riprendere la corsa per far circolare il sangue. Pericolo sventato.
Nel pieno della prima notte, sotto un'intensa nevicata opto per la prima pausa. Prendo la sacca da bivacco, ci srotolo dentro il materassino e a seguire apro il sacco a pelo "Inferno" da temperature artiche. Un'ora e mezza di sonno e mi risveglio uscendo dalla coltre nevosa come fossi un SanBernardo beato nel suo ambiente.
Bikers raggiunti nella neve alta


Nel tardo pomeriggio, dopo aver seguito il lungo fiume omonimo ghiacciato e aver percorso 60miglia (oltre 96km), raggiungo Yentna il primo check point dove mi concedo due ore di riposo. E alle 21:30 sono di nuovo fuori in una notte ventosa e stellata, con la luna che rende quasi superflue le frontali. Faccio l'errore madornale di concedermi solo un "breve" riposo inginocchiato accanto alla slitta ma avvinghiato dal freddo cado addormentato! Mi risveglio di soprassalto dopo…non so quanto! Per quanti minuti sono stata così? Onestamente non ve lo so dire! Preoccupato per quello che mi è successo riprendo immediatamente il cammino carico di adrenalina.

Con le prime luci del giorno decido di cucinarmi un pasto caldo in mezzo a questa terra di ghiaccio. Mi organizzo per accensione fornello, testardo provo comunque l'accendino piezoelettrico che mi conferma che a quelle temperature non funziona. Passo all'acciarino che al secondo tentativo accende la benzina!  Con l'acqua ricavata mi preparo prima un muesli sottovuoto e poi con quella più calda un liofilizzato carne e patate. Tempo di mandare giù veloce questo pasto e riparto.
Durante il giorno la temperatura sale e il fondo diventa molto instabile. Per evitare un tratto di sali-scendi esco dalla traccia GPS  a quattro miglia dal secondo check-point, pensando poi di tagliare attraverso il bosco, ma dopo 5 miglia un dubbio diventa certezza: ho sbagliato strada! Attivo le buone regole di Risk Management e torno indietro seguendo la mia traccia a ritroso, con non poca tensione visto che la terza notte si avvicina e che il vento inizia ad alzarsi. Arrivo in ritardo sulla tabella a Skwentna, il secondo Check Point dopo 90miglia (145Km). Lì mi cambio e mi rifocillo ma il vento è troppo forte per uscire e proseguire. Paziento ancora per un po' e intanto mi preparo per il freddo che – a causa del vento – arriva a - 40°. Alla fine alle 4.00 usciamo in tre io, Paolo e Klaus un veterano austriaco che deve fare la 1000 miglia.
Su uno swamp infinito il vento fischia incessante per oltre tre ore. Ma riusciamo a raggiunge una cabin in legno nei pressi di Shell Lake.

Il traguardo si avvicina da qui mancano solo 24 miglia. Si va avanti, percepisco la conclusione vicina, sento di avere tante energie e a 18 miglia saluto i miei compagni di strada e faccio andare le gambe. Sono felice, mi sento bene, inizio ad andare veloce e mi proietto verso la Finish line a WinterLake Lodge usando mini-gel come in Maratona.


Arrivo alle ore 18:40 del 28 febbraio, a 76 ore e 40 minuti dalla partenza a 210 chilometri di distanza.

Mi sembra un sogno questa avventura. Mi sembra fantastico arrivare al traguardo con tanta energia. Adesso non mi rimane altro che immergermi in questa natura pazzesca e aspettare un piccolo aeroplano che verrà a prendermi per riportarmi ad Anchorage. Ma siamo onesti: io da qui non vorrei mai andarmene.