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martedì 28 agosto 2018

Da Rovaniemi all'Iditarod, gli Ultra Trail Artici - Courmayeur - Maserati Lounge - 16 agosto 2018, ore 21:15




Piacevolissima serata a Courmayeur con tante persone intervenute alla presentazione. Il video integrale può essere rivisto sul sito Facebook di Courmayeur al link riportato qui


Su YouTube, al link riportato qui, è invece visibile l'introduzione fatta dal giornalista, direttore dell'Ansa in Valle d'Aosta, Enrico Marcoz.











sabato 20 gennaio 2018

My Road to Iditarod: -35 giorni al via: vestirsi a strati


 

35 giorni al via: la sindrome della cipolla ovvero "vestirsi a strati… Sì va bene! Ma quanti???"


Di ritorno dalla Rovaniemi150 (Artic Winter Race che si svolge a Febbraio in Lapponia) avevo coniato la definizione del "freddo multidimensionale".

Avevo spiegato che – a quelle latitudini - il freddo non può essere misurato solo in base alla temperatura, perchè il freddo in quelle condizioni diventa qualcosa di molto più complesso. Facciamo un esempio: molti di noi hanno sperimentato cosa significa stare a -20°. Generalmente questo ci è successo mentre stavamo sciando oppure mentre raggiungevamo una vetta. E tutti ci siamo accorti che la percezione del freddo aumenta col passare delle ore. Quindi oltre alla temperatura, il freddo va "misurato" anche sul tempo ovvero in base di quante ore si starà fuori: ed questa è la seconda dimensione.

Inoltre il freddo è più intenso se è notte, dopo ore senza dormire. Questo lo sanno bene gli Ultra Trailers.  Se si "salta" una notte di sonno, a parità di condizioni, si sente più freddo. Se poi se ne saltano due di notti, la percezione di un -20 gradi dopo 40 ore di esposizione… beh! vi assicuro che quel freddo non si dimentica più.
La mancanza di sonno e la notte diventano quindi la terza dimensione del freddo.
Infine non dimentichiamo altri elementi ambientali come ad esempio il vento. Sappiamo tutti che con vento forte il freddo percepito si abbassa notevolmente rispetto a quanto riporta il termometro. In sostanza quindi si può dire  la temperatura non può essere considerata una variabile "indipendente", ma va relazionata ad altri fattori (tempo di esposizione al freddo, mancanza di sonno, buio) e a variabili ambientali come il vento (in Alaska una giornata senza vento pare sia una rarità, e non sto parlando certo di vento tipo il Ponentino romano).

Detto  questo: in Alaska il prossimo 25 Febbraio vado ad affrontare una temperatura media di -40 gradi centigradi per un tempo di circa 96 ore… A voi trarre le conclusioni sul tipo di freddo che troverò!

Ma che cosa significa davvero questo  freddo e come ci si veste per una esperienza così estrema? La strategia comunemente adottata è quella che ci ha insegnato la mamma quando eravamo bimbi: ci si veste "a cipolla".  Ho valutato che di base avrò circa 7 strati mentre sono "in movimento", più 1 a portata di mano per le "pause" nel cammino cioè le pause fisiologiche e le pause per alimentarsi (visto che non ci sono ristori né tanto meno rifugi in cui potersi riparare e che per bere bisogna "farsi l'acqua" sciogliendo la neve con il fornellino).

Fatta questa introduzione, partiamo con l'illustrazione degli strati, anche sepermettetemi di non svelare ancora tutto l'equipaggiamento e di illustrare la sola "parte alta", quella del busto. In dettaglio gli strati 1 e 2 saranno un intimo tecnico "a pelle" che prevedo di non togliere mai dalla partenza all'arrivo. Mentre lo strato 3, sarà una tuta Peak Performance mutuata delle spedizioni sugli  ottomila. Questo terzo intimo ha tanto di zip a "U" sulla parte posteriore e un'ulteriore zip anteriore con doppio senso di apertura. Entrambe le zip sono per facilitare le pause fisiologiche. Ovviamente, per impossibilità pratica, anche questa costituisce uno strato da non togliere mai.

Poi dagli strati successivi inizia il ballo del "metti e togli", "togli e metti". Strato 4 sarà Piumino Thermoball della TheNorthFace,  "reduce" vittorioso della Rovaniemi150. Facilmente ripiegabile e riponibile anche in una tasca così da poter utilizzare meno spazio possibile nel borsone. Davvero leggerissimo addosso e molto, molto confortevole. Compagno anche di tante scialpinistiche per l'ottimo rapporto caldo/ingombro.

Strato 5 prevede la Giacca Ventrix  TheNorthFace. Questa giacca ha nuova tecnologia con un sistema dinamico di microfori che si aprono e si chiudono durante l'attività fisica, regolando la temperatura corporea. Anche questa leggerissima, calda, e anche traspirante. 

Lo Strato 6 è il Piumino La Sportiva "650", indossato  durante la Rovaniemi150. Una giacca davvero caldissima, isolante e protettiva: confermata anche questa per l'Alaska!

Lo Strato 7, ovvero l'ultima difesa, è il pezzo più importante, quello che indosserò più a lungo: Giaccone TheNorthFace "LOSTRAIL". Caldo, impermeabile, con tante tasche sia interne – a rete – che esterne, anti-vento, con zip sotto le ascelle, con taschino al polso che utilizzerò in Alaska non per lo ski-pass ma per il GPS cartografico della mia MTB. Questa giacca ha poi un cappuccio regolabile che non ha eguali nel tepore e nella protezione dal vento.

Ultimo Strato l'ho chiamato EXTRA. E' il dulcis in fundo, ovvero il giaccone da indossare durante le pause. Perché quando ci si ferma potrebbero tutti gli state prima menzionati potrebbero non essere più sufficienti ed è necessaria una copertura extra.Insomma partirò bello carico d'indumenti per poter sceglierel'abbinamento più adatto - in ogni momento del giorno o della notte, ma  anche in caso di vento o di neve, di temperature più o meno estreme – sempre rispettando la regola aurea di stare attendo a "non sudare" mai. Perché il sudore diventa ghiaccio in pochi secondi e avere il ghiaccio a pelle potrebbe rendere il tutto molto più problematico, per non dire pericoloso, molto pericoloso!!


lunedì 11 dicembre 2017

My road to Iditarod: - 75 giorni alla partenza: addomesticare il rinoceronte impazzito




Prepararsi per un Artic Winter Race è un lavoro immane. Accanto alla preparazione fisica infatti bisogna studiare ogni singolo dettaglio relativo al vestiario, all'alimentazione, all'equipaggiamento (sono 3 liste diverse e integrate) e a tutto ciò che ci servirà in quei giorni e notti di totale e assoluta solitudine in mezzo alla selvaggia Alaska. Ecco il vero problema è proprio questo: chiedersi ogni giorno cos'è fondamentale mettere in quell'enorme borsa che mi accompagnerà per gli oltre 200km nel gelo dell'inverno polare? Anzi: la domanda così è mal posta. Perché il vero problema è decidere che cosa lasciare a casa. Perché quel borsone deve sì contenere l'essenziale, ma non deve essere troppo pesante perché sarebbe impossibile trascinarselo dietro per tutti quei chilometri.
E allora tutti i giorni - più volte al giorno - mi chiedo: cosa metto, cosa tolgo? Un detto inglese recita "alla fine si finisce sempre di mettere nello zaino le nostre paure". E di paure nell'affrontare il gelo più assoluto ce ne sono moltissime. Paura del freddo tridimensionale (si calcola su tre assi: temperatura, ore continuate di esposizione e notti insonni), paura di non avere abbastanza cibo, paura di non riuscire ad accendere il fornelletto per sciogliere la neve e riuscire così ad avere acqua, paura di non riuscire ad evitare eventuali "overflow" (acqua che sale sopra la superficie ghiacciata e che, coperta da uno strato di neve, crea delle trappole mortali)…  In quella slitta che trascinerò per oltre 200km c'è tutta la mia vita e la voglia di riempirla all'inverosimile è tanta.
Secondo i miei attuali calcoli il borsone nella slitta peserà tra i 20 e i 25 chili, Ma memore delle tre "golden rules" della Marathon des Sables, ovvero 1. Viaggia leggero, 2. Viaggia leggero e 3.





Viaggia leggero cercherò di rimanere vicino ai 20 chili. Chi ha letto il mio resoconto sulla Rovaniemi 150 si ricorda che in quella gara in Lapponia ho lottato per 150km con la slitta che si ribaltava continuamente, causandomi grande dolore e un immensa fatica derivata dagli sforzi per riportarla in posizione. Ecco perché proprio in base all'esperienza dell'anno scorso, questa volta ho deciso di dedicare una gran parte dell'allenamento ad "addomesticare il rinoceronte impazzito" ovvero a cercare di far diventare la slitta una parte di me.




 Le attività da domatore sono state:

1.      Posizionamento dell'equipaggiamento nel borsone. Inizialmente sembra tutto ovvio, le cose più pesanti devono essere posizionate in basso per ottimizzare il baricentro ed evitare che la slitta "scuffi", le cose più pesanti dietro per evitare che la "prua" della slitta si infili nella neve, ma poi questo deve conciliare con avere a portata di mano e quindi vicino all'apertura cose che devono essere prontamente disponibili: guanti pesanti, giacca ulteriore, sovrascarpe, ciaspole, fornelletto, telefono…a voi la scelta in base alle paure soggettive.

 2.      Test in condizioni più estreme di quelle di gara. Questo sembra uno scherzo. Ma in effetti il caricamento ottimale lo sto testando in salite ripide. Le salite sono muscolarmente faticose ma tecnicamente non sono la cosa più difficile nel trainare la slitta. Il vero problema di manovrabilità della slitta è nelle discese! E' proprio nei crinali che viene il bello: tu sei lì che finalmente assapori le gambe leggere del correre in discesa quando all'improvviso la slitta ti supera prima da destra e poi da sinistra e poi si ribalta trascinandoti per terra. Ma è su traversi fortemente inclinati che si affronta il momento più pericoloso perché il peso della slitta rischia di trascinarti su un lato, sua destra o sinistra, giù per il pendio. In questo caso il rischio è davvero enorme perché si è legati alla slitta e se si perde il controllo e la slitta prende il via, con l'accelerazione il peso aumenta trascinandoti con violenza a valle. A questo problema, dopo ore di tentativi e misere figure con me stesso, ho ovviato impugnando un manico del borsone legato sopra la slitta e trascinandolo facendo forza sui ramponcini o sui denti metallici delle ciaspole.

3.      Metodologia per riguadagnare l'assetto. Per capire questo va spiegato che la slitta con sopra il borsone è trainata grazie a due funi di nylon che scorrono dentro due tubi di pvc di circa due metri ciascuno. Alle estremità delle funi ci sono quattro moschettoni, due fissati alla prua della slitta (vedi foto) e due fissati ad un imbrago indossato (formato da una cintura con due bretelle). Questo significa che se la slitta "scuffia", bisogna sganciarsi l'imbrago, sfilarsi le bretelle, adagiare i traini a terra, girarci attorno, arrivare alla slitta, rimetterla in posizione, tornare davanti, re-indossare l'imbrago. Detto così non sembra poi difficile vero? Ma provatelo a fare senza levarvi mai le muffole da spedizione che viste le temperature dell'inverno in Alaska non potete assolutamente mai levarvi. E poi provate a farlo per decine di volte consecutivamente… perché purtroppo potrebbe succedere proprio così in gara (e in effetti è quello che mi è successo alla Rovaniemi 150 quando a causa della presenza di radici e altri ostacoli ho dovuto fare questa operazione per molte volte!

Insomma avete capito che domare il rinoceronte impazzito non è facile e che forse in realtà non ci riuscirò mai a domarlo del tutto. Ma spero almeno di poterlo in   qualche modo controllare, pensando che beh certo!




 È buono il consiglio che mi ha dato Fernanda Maciel (atleta TNF) quando mi ha detto "mi raccomando  parti più leggero che puoi!" Ma forse lei non stava andando in Alaska in inverno...