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sabato 29 agosto 2020

UTMB2020: Pau Capell la corre lo stesso


La Settimana di fine Agosto, ogni anno è sinonimo di UTMB. Non  quest'anno. Ma io non ho resistito e Lunedì 24, in piena crisi d'astinenza, mi sono ritrovato a Chamonix per provare malgrado tutto e tutti la partenza e i primi chilometri. Quando sono partito sapevo che sarebbe stata solo una relativamente breve corsetta. Ma vi confesso che non è stato facile, ad un certo punto, dire basta e tornare indietro. Troppa la voglia di continuare quel sentiero unico e meraviglioso. Ma non avevo nulla con me e a malincuore ho girato i tacchi verso Chamonix.
Solo pochi giorni dopo però qualcun altro ha fatto molto meglio, molto ma molto meglio. 

Pau Capelltrail runner del team TheNorthFace, ha completato l'iconico percorso del Tour du Mont Blanc, correndo in solitaria con un tempo di 21:17:18.

 


Lo ha fatto anche per tutti coloro che stanno affrontando grandi sfide in questo difficile anno, inclusi tutti gli appassionati di running che non hanno potuto correre l'UTMB.

 

171 km e più di 10.000 metri di dislivello positivo per quello che viene considerata uno degli ultra trail più impegnativi al mondo, attraverso il meraviglioso panorama delle Alpi in un percorso mozzafiato tra Francia, Italia e Svizzera.


Per tutti gli altri runners non resta che attendere il 2021.







giovedì 12 marzo 2020

L'uomo che cercava la meraviglia - ultima parte


La mia avventura all'Iditarod Trail Invitational (ITI) ITI350 Alaska 2020

PARTE SECONDA


(ndr ad oggi 11 marzo, sono 30 i Finisher a McGrath, 29 i ritirati o DNF e 17 gli attivi ancora sul percorso)

Skwentna è il check Point più strutturato e anche nel bel mezzo della notte c'è sempre qualcuno pronto ad accogliere i partecipanti all'ITI, siano essi proiettati verso il traguardo di McGrath delle 350 miglia, siano quelli il cui obiettivo è proseguire verso Nome lungo il tragitto di 1000 miglia.
Le ultime miglia per arrivare al check point si percorrono attraverso un bosco. e questo è un toccasana, perchè in mezzo al bosco il gelo in qualche modo si placa. Quel gelo che ci ha accompagnato per oltre 100km esposti al vento tagliente che soffia implacabile su fiumi e laghi con raffiche di 100/80km/h.
Grazie a quel passaggio nel bosco, si entra a Skwentna ben meno sconvolti che altrove. 
Riposo più lungo del solito, ma si viaggia in orario e si discerne sulla differenza tra gara e avventura. Fanno una gara quelli che vogliono che il tutto duri il meno possibile, partecipano ad una avventura quelli che vogliono godersi ogni istante dei dieci giorni previsti come tempo massimo per raggiungere McGrath.
Mark, il concorrente incontrato la notte prima é li. Mi racconta che neanche lui era riuscito a passare, ma che un cacciatore, visto il ripetersi della scena, lo aveva raggiunto con la moto slitta ed invitato a ripararsi nella sua cabin.

Alle prime luci dell'alba, bene o male tutti assieme a pochi minuti di distanza ci si rimette in cammino. Il prossimo checkpoint è Finger Lake al miglio 130. Ci sono 40 miglia da percorrere. Queste 40 sono divise in due segmenti, il primo da Skwentna a Shell Lake di circa 20 e il secondo da Shell Lake al Winterlake Lodge che si affaccia su Finger Lake. Il miglio 130 era per me il punto d'arrivo della ITI130 conclusa con successo nel 2018. So cosa mi aspetta.
Klaus & Max
Io e l'amico Klaus partiamo di buon passo, ma veniamo presto sorpassati dalle Fat Bike che si avvantaggiano della solida base ghiacciata della mattina, non affondano e viaggiano spedite. Tra questi i tre italiani, Roberto Gazzoli e i fratelli Willy e Tiziano Mulonia. Ad un certo punto dalla distanza vedo un punto nero che torna verso di noi, più si avvicina e più la figura in movimento è nitida. Sarà qualcuno che si è dimenticato chissà cosa al Check Point e torna a prenderlo, penso. Ma poi no, non si tratta di un biker, ma di un'alce (moose) che punta verso di noi al galoppo!!! Ci lanciamo subito nella neve alta lasciando il sentiero in quel punto tracciato e veloce. Aspettiamo pazienti, l'alce si ferma e poi sparisce nel bosco. Sarà questo il primo di una serie di incontri e scontri tra le alci e i concorrenti che caratterizzeranno la giornata e i dintorni di Shell Lake. E ovviamente aumentano il senso di insicurezza. Per chi non lo sapesse le alci sono estremamente pericolose perchè sono immense (un maschio può pesare anche 700kg) e non hanno affatto paura degli uomini tanto da aggredirli spesso soprattutto se hanno fame.
Fuori da Shell Lake Si entra nell'infinita swamp o palude ghiacciata e battuta dal vento. Il vento ha cancellato ogni traccia di chi ci aveva preceduto nel corso della notte e la neve qui è alta. Indossiamo le ciaspole e siamo noi stavolta a passare i bikers intenti a spingere.
Dopo quattro miglia si torna in un bosco con i suoi piacevoli (almeno per me non tanto per gli altri) saliscendi che aiutano a mantenersi caldi.
Due cacciatori su una grossa e rumorosa motoslitta si avvicinano preoccupati e ci avvertono: "fate attenzione, nel bosco ci sono molte alci e sono "hungry and angry" affamate e arrabbiate, vi attaccheranno. Fate attenzione". Con tutta la cautela che ci consentivano l'energia rimanente e l'adrenalina crescente, proseguiamo il nostro cammino. Ma per fortuna niente alci questa volta!
Finger Lake check point

Usciti dal bosco e arrivati a Shell Lake, incontriamo presso il rifugio altri concorrenti che invece se l'erano vista brutta con i moose. Parlavano di aggressioni, di lunghi periodi di attesa (fino a due ore!) passati nella neve alta o aggrappati agli alberi, mostravano i danni e si preoccupavano di altri concorrenti non ancora arrivati fin li. I danni più evidenti li riportavano tre Fat Bikes, una era stata calpestata e aveva i raggi di una ruota rotti, un'altra aveva il disco del freno anteriore spezzato, una terza una borraccia in metallo con stampato e nitido lo zoccolo di un calcio di un'alce. Ovviamente, non ci si può fermare e aspettare un meccanico che non arriverebbe e le riparazioni andavano fatte comunque. Le miglia da percorrere erano ancora tante. Sono stanco, mancano Circa 40km al prossimo check point, bisognerà andare per gran parte della notte, sappiamo già che poi non ci si potrà riposare tanto e bisognerà ripartire alla svelta verso il prossimo check point: Puntilla Lake. Visto che la luce del giorno va dalle 8 alle 18, ci prepariamo con le frontali, un lungo respiro e ci si rimette in cammino. Le temperature scendono vertiginosamente, già dalla mattina avevo avuto difficoltà con l'apertura dei thermos che avvicinandosi ai -40° non ne vogliono sapere di aprirsi. Mezzanotte. da ore il vento ci bersaglia. Il termometro sulla slitta di Klaus che nel corso della giornata si era attestato sui -40celsius, ora tocca  i -45° per poi proseguire la sua discesa inesorabile fino a mostrare i -50°. Sempre vigile, i pensieri vanno a quello che sta facendo il mio corpo: sta drenando liquidi da mani e piedi e sta tutelando il cuore e i polmoni. Sempre vigile, so che devo bere di più, ma prendere quel maledetto thermos che mi sta distruggendo le costole comporta uno sforzo enorme. Rimpiango non avere un Camel Back. Sempre vigile, non mi fermo, continuo ad andare. Sempre vigile, agguanto due scaldamani chimici che avevo nelle tasche del giaccone antivento Thenorthface, li apro, li metto nelle muffole Himalaiane e ripongo le cartacce in una tasca per non sporcare.

In ginocchio

Sempre vigile, ma non ce la faccio più. Sempre vigile, penso che non ho mai chiamato il Soccorso Alpino, certo che peró stavolta, se ci fossero stati i soccorsi, certo che se il cellulare avesse avuto copertura, certo che se le distanze potessero percorrersi in ore e non in giorni, ma chissà se. Sempre vigile, dico a Klaus io basta, io mollo il colpo io mi organizzo un bivacco. Klaus mi dice che sono pazzo, che siamo su un fiume, che siamo in una galleria del vento, che non si bivacca di notte, che non si bivacca a -50°! Si va avanti. Sempre vigile, gli dico lo so, ma Good luck my Austrian friend io mollo il colpo, I hope to meet you somewhere, we will for sure meet somewhere. Sempre vigile, mi avvicino alla sponda, la neve è ancora più alta. Dalla slitta di Klaus spunta miracolosamente una pala!!! Io avevo giurato a me stesso, mai più in Alaska senza pala! Ma non l'avevo presa. Ci scaviamo quanto possiamo una buca. Tiriamo fuori sacchi a pelo, materassino isolante e sacchi da bivacco. Usiamo le slitte e il loro riflettenti per ripararci dal vento e per segnalare la nostra presenza. Saltiamo vestiti nei sacchi a pelo. Beviamo.

Il bivacco

Apriamo altri scaldamani e li posiziono anche nelle scarpe, che grazie al BOA potevo slacciare anche con le mani ridotte a uncini. Trovo la forza di mandare un messaggio preimpostato con il Garmin InReach "rest in/out", che nessuno si preoccupi, sempre vigile, chiudo gli occhi.
Mi sveglio. Non avrei mai potuto dire quanto avevo dormito ma ho controllato ieri dalla traccia che erano passate due ore. Quando ci si sveglia da un bivacco il freddo che si prova in entrata nel sacco a pelo non è nulla, assolutamente nulla rispetto a quello in uscita.
Passa Donald, un concorrente della 1000 ci guarda, una battuta e prosegue.
Sempre vigile, apro il thermos che avevo nella giacca ma era vuoto. Sempre vigile, esco al vento e con precisione e velocità rimetto tutto nella sacca sulla slitta. Riposiziono le ciaspole sulla sacca, riaggancio tutti gli elastici. Klaus fa altrettanto. Trovo il modo di dedicare tempo ad un sorriso, un'alce era passata a trovarci e ci aveva lasciato la sua cacca a testimonianza...
Le miglia rimanenti per Finger Lake sono un supplizio, lunghe pause poggiato sui bastoncini, colpi di sonno e risvegli con la faccia nella neve.
Dopo ore spuntano i cartelli che conoscevo, quelli rossi di due anni fa, "Attention Planes Landing" è la pista d'atterraggio sul ghiaccio di Finger Lake.
Entriamo nella Cabin, finalmente al riparo. Ma sono svuotato. Mi dicono che da 4 giorni nessun aereo riesce ad atterrare causa meteo. 
Mi addormento.
Una mano mi scuote e mi dice: "Abbiamo la conferma via radio, alle 12 atterra e riparte per Anchorage un aereo, vuoi un posto?". 

Taken!
Decollo da Finger Lake

Sul volo di ritorno il secondo passeggero, James un giovane ragazzone di Anchorage grande, grosso e barbuto, scuote la testa e ripete "mai visto nulla del genere, mai visto nulla del genere".

mercoledì 11 marzo 2020

L'uomo che cercava la meraviglia

La mia avventura all'Iditarod Trail Invitational (ITI) ITI350 Alaska 2020 

PARTE PRIMA 


PROLOGO
Winterlake Lodge affacciato su Finger Lake-Alaska: il race director Kyle Duran mi incrocia arrivando sulla sua moto slitta o Skidoo come la chiamano qui, mentre mi avvio verso la landing  strip (pista d'atterraggio) ghiacciata da dove decollerà il piccolo aereo ad elica che mi riporterà poi alla fine dell'avventura ad Anchorage alla civiltà. Mi faccio da parte per permettergli di passare sul trail, come è obbligatorio fare, ma lui si ferma, scende e mi abbraccia dicendomi: "Max you are part of the ITI family".
Mi porto la mano destra al cuore e gli dico "Grazie per aver usato queste parole".

L'AVVENTURA
L'avventura era iniziata pochi giorni prima, l'ultimo giovedì di febbraio, con un lunghissimo volo Milano-Monaco-Detroit-Anchorage da 24 ore e 10 fusi orari.
Mi preleva in un clima ghiacciato lo shuttle bus dell'albergo. stordito dalle ore di viaggio. Cena leggera e subito a letto, una notte insonne lunghissima che non finisce mai. sarà la prima di tre nottate insonni e tre giorni di pessima alimentazione che mi catapultano sulla linea di partenza a Knik Lake.

Nel mezzo, ultimi acquisti da REI (un iconico mega store dedicato all'Outdoor), borsone disfatto e rifatto due volte, foto di rito a tutto il materiale, brevi scambi di opinioni con altri partecipanti alla fine dei quali ognuno resta della sua idea.

Io decido per un equipaggiamento standard, testato già nelle precedenti tre Ultra Winter Arctic Race.
Tanto fondo zaino, inutile se non nelle emergenze, thermos - ben quattro di dimensioni diverse per un totale di 3 litri - per l'idratazione: il bere sempre cose calde mi aveva dato un forte boost gli ultimi due anni. Alimentazione rivista con puntiglio e che funzionerà alla perfezione. Totale di 28 chili, come i due anni precedenti. La grossa alternativa avrebbe potuto essere l'uso del camel back al posto dei thermos, ma l'idea di avere dell'acqua vicina al corpo in una sacca che avrebbe potuto rompersi o anche solo avere delle perdite magari mentre dormivo in un sacco a pelo a -40° non mi piaceva per nulla, si tiene sotto vari strati di giacche che possono anche arrivare a tre nei momenti di freddo vicino e oltre i -40°. Ma non è questo che avevo testato e certo non volevo improvvisare.

La domenica mattina si allineano i 76 partecipanti sul punto d'incontro dal quale due bus porteranno noi e i voluminosi nostri equipaggiamenti al punto di partenza di Knik Lake.

I 76 atleti si dividono in14 donne e 62 uomini. le donne 9 in Bici e 5 a Piedi. gli uomini 35 in bici, 22 a piedi 3 5 con gli sci.52 atleti sulla 350 miglia fino a McGrath e ben 24 sulla 1000 miglia verso Nome.
gli italiani al via

(ndr ad oggi 9 marzo, sono 17 i Finisher a McGrath, 26 i ritirati o DNF e 33 gli attivi ancora sul percorso: il Winner sulla 350miglia Foot, alla quale prendevo parte è Gavan Henningam, mio amico e training partner a Courmayeur!).

Alla partenza Gavan si gira e mi esorta ad andare via insieme, come durante gli allenamenti, scuoto la testa, essendo arrivato in Alaska da due settimane ha dormito molto più di me e ha una slitta ben più leggera. no Way, imposto un passo controllato.

Prime 25 ore già durissime danno un'idea di quello che si affronterà poi, freddo, forti nevicate, vento. Ma nulla mi impedisce di tirare diritto fino al primo check Point di Yentna Station al miglio 60 (qualche chilometro più di 90). non c'ero riuscito nel 2018, quando avevo fatto una pausa a metà tragitto, ma quest'anno la preparazione è stata ben più di fino. Trovo a Yentna ben pochi concorrenti, ma Gavan è già ripartito proseguendo la sua galoppata. Come previsto mangio e dormo e allo scadere delle 4 ore programmate sono fuori nel buio e aggancio la slitta all'imbrago. Scendo sul fiume Yentna e mi dirigo verso Skwentna al miglio 90, ne devo percorrere 30. Buio, freddo, vento, non una buona visibilità. dopo sole 2,5 miglia la situazione peggiora, vento e neve aumentano, il termometro scende la visibilità peggiora. Non riesco a proseguire e decido di bivaccare, ma il palesarsi di due grandi moose (alci) mi fa prendere la saggia decisione di tornare a Yentna. so che saranno ore buttate al vento, ma prima la sicurezza. Mentre  rientro incrocio Mark, un  concorrente inglese, gli spiego la situazione e lui decide di andare a vedere. Incontro che avrà un seguito il giorno successivo.

A Yentna mi sdraio in una cabina di legno, prima calda come una sauna, poi gelida non appena salta la stufa e la porta viene lasciata aperta. sopravvivo fino all'alba, pensando che forse sarei stato meglio sul letto del fiume, e riparto.

Al via sono con Klaus un concorrente austriaco della 1000miglia che avevo conosciuto nel 2018. un piacevolissimo compagno di passeggiata, anche se molto solitario e ci facciamo compagnia a cinquanta metri di distanza evitando le chiacchiere.

Al miglio 77 facciamo una pausa di rito in un posto mitico sul percorso dell'Iditarod e che purtroppo non ero riuscito ad individuare nel 2018. Il video allegato rende bene l'idea della cabina e dell'ospitalità. Ci viene offerto un caldo piatto di fagioli-chili e una tazza di caffè bollente!
ovviamente si parla dei sempre presenti due soliti argomenti in Alaska: delle amputazioni dovute a congelamenti e delle moose's (alci) che ogni anno uccidono più persone che gli orsi. In particolare quest'anno le moose's sono ben più "hungry and angry" a causa della tanta neve che gli rende difficili gli spostamenti e i trovare cibo.

Mancano solo 13 miglia a Skwentna Roadhouse e di buona lena ci si incammina. a 4 miglia da Skwentna il famoso bivio e la scelta tra passare a destra o a sinistra. chi mi ha seguito due anni fa, sa bene che passando a destra si rischia di perdere il bivio e tirarla lunga verso il nulla. 
Ma lascio la scelta al caso, Klaus è avanti e vedo che va verso destra. Mi viene da ridere. Va tutto per il meglio, troviamo il bivio che taglia per il bosco e ci facciamo le ultime miglia con una sensazione di caldo data dall'assenza di vento per merito dello scudo fatto dagli alberi.

------PROSEGUE-------

mercoledì 4 settembre 2019

Walls Are Meant For Climbing: dopo Monaco e Londra il 13 e 14 settembre arriva a Milano


Max Marta con Simone Moro al Mountain festival 2016
 
È ispirato dalla convinzione che le pareti rappresentino opportunità e
non ostacoli, l’evento di free climbing che The North Face porta a Milano allestendo una parete
di arrampicata urbana unica nel suo genere.

Climbing in Milano

L’evento, parte della campagna Walls Are Meant For Climbing, si rivolge a tutti, con tipologie di
arrampicata adatte sia ai neofiti che ai più esperti della community. L’evento coinvolgerà anche
scuole, gruppi giovanili e associazioni benefiche a partecipare. In particolare, coinvolte due
Onlus: la Fondazione Laureus Italia Onlus e l’associazione Francesco Realmonte Onlus che
avranno dei momenti dedicati. Street food e performance musicali contribuiranno a creare un
vero e proprio festival dell’arrampicata. Ecco una piccola anticipazione di quello che la
community milanese troverà a Climb Milano:
Gli atleti del team The North Face Stefano Ghisolfi e Hervé Barmasse, saranno a
disposizione per offrire consigli e suggerimenti ai climber.
Pensata con un'attenzione particolare alla sostenibilità, la parete da arrampicata, unica nel suo
genere, è realizzata con container riutilizzati e sarà donata a un ente benefico dopo l'evento per
garantire che l'eredità dell'arrampicata rimanga anche dopo la fine dell’evento.

Tina Rolen, VP Marketing, The North Face EMEA ha commentato: Dal 1966, The North Face
ha visto le pareti non come ostacoli, ma come opportunità. Vogliamo rendere l'arrampicata
accessibile a tutti. Ecco perché abbiamo creato l'evento e l'abbiamo reso gratuito. Invitiamo
anche scuole, gruppi giovanili e associazioni di beneficenza a partecipare e sperimentare il
senso di realizzazione che si prova sulla parete. Questa è un'opportunità per la community del
climbing di aprirsi e riunirsi per ispirare gli altri.

Dopo Monaco di Baviera e Londra, Milano sarà l'ultima tappa di un'estate all’insegna
dell’arrampicata che ha portato migliaia di persone ad avvicinarsi a questo sport grazie alla
possibilità, offerta da The North Face, di arrampicare gratuitamente in tutta Europa.
L’Evento è patrocinato dal Comune di Milano, Assessorato alla qualità della vita, sport e
turismo.
Per maggiori informazioni e per registrarsi all’evento, visitare


martedì 28 agosto 2018

Il Mountain Festival 2018, i bivacchi e il Pinnacle Project


Definizione di Bivacco della Treccani: piccola costruzione in legno e lamiera con tetto a forma semicircolare o ellittica, fornito di posti letto e di materiale per il pernottamento fino a un massimo di 10 alpinisti, situato in genere all’attacco di impegnativi itinerarî di ascensioni.


Bivacco Zeni


Anche quest’anno non ho resistito alla tentazione di partecipare al Mountain Festival organizzato da The North Face (TNF). L’evento, dopo esser stato ospitato per due anni in territorio svizzero, per la prima volta si è svolto in Italia dal 27 al 29 luglio 2018.

La location scelta è stata la splendida Val San Nicolò in Trentino, dove TNF – come ormai tradizione - ha radunato, insieme agli appassionati di ogni livello, i loro campioni  dando vita a una tre giorni di sport, dibattiti e festa. Il format dell’evento è quello che ho già descritto nelle mie precedenti partecipazioni, ovvero un weekend dove gli appassionati di sport di montagna possono ritrovarsi in un campeggio e fare attività come trail running, arrampicata, trekking, escursioni su ghiacciaio accompagnati dal gotha dei campioni del brand americano come Fernanda Maciel, Tamara Lunger, Hans Jorg Auer, David Lama, Simone Moro solo per citarne alcuni.

Sicuramente l’obiettivo di TNF nel realizzare progetti come questo è quello della promozione del marchio, ma anche quello di ribadire lo spirito sportivo dell’azienda sempre desiderosa di essere riconosciuta come un punto di riferimento dagli appassionati di montagna. Vanno in questo senso tutte anche le Communities “Never Stop Exploring” che ormai sono una costante nelle principali città europee come Londra, Milano, Berlino, Parigi, senza tralasciare Bolzano, Torino e Chamonix e che offrono programmi di allenamenti collettivi e gratuiti (!) nelle città indicate.

Al Mountain Festival, anche quest’anno la festa è stata garantita da una fitta serie di attività svolte a vari livelli per poter accogliere tanto i principianti, quanto i più arditi.
Facciamo degli esempi… Volete correre sui sentieri guidati da Fernanda Maciel? Perfetto: basta ritrovarsi al punto stabilito e via che si parte! Ma preparatevi: Fernanda non scherza per niente, nemmeno in questo tipo di allenamento.. quindi preparatevi a sudare! Volete arrampicare con un mito come la Ciavardini? Ottimo! Basta segnarsi nell’apposito corso di arrampicata! E poi la sera tutti assieme a ritrovarsi negli spazi comuni del campeggio multicolore per poter assistere a dibattiti e presentazioni. O per cenare con il fantastico menù organizzato dalla vicina Malga che ha fatto davvero la differenza in termini di qualità e quantità del cibo.

Ma quest’anno, a quanto detto sopra, si è aggiunto anche il lancio di un Progetto chiamato The Pinnacle Project, iniziativa che ha suscitato un’animata discussione nella comunità degli alpinisti. Riassumo brevemente per chi non se la fosse persa. E inizio usando le parole di TNF “Il Pinnacle Project, ospitato dal Bivacco Zeni, è frutto di una collaborazione con il SAT e nasce per condividere alcune tra le più straordinarie imprese compiute dai nostri atleti esponendo la Collezione di 8 capi che, messi all’asta, permetteranno di raccogliere proventi che verranno devoluti all’associazione alpina CAI e dunque restituiti alla montagna”.


Bivacco Iorio

In pratica, il bivacco ridipinto di rosso con logo del brand è stato allestito con schermi e gli 8 capi menzionati. Detta così poteva essere una lodevole e valida iniziativa, pur nel suo ovvio obiettivo commerciale di rendere sempre più appealing il marchio TNF. Ma purtroppo il bivacco è stato sottratto al suo uso “alpinistico” (ed è stato trovato chiuso da alcuni alpinisti intenzionati a passare lì la notte). E anche se come recita il comunicato di The North Face “Per tutta la restante durata dell’evento il bivacco è rimasto aperto e custodito 24 ore su 24 e supportato da un secondo punto di bivacco poco distante in grado di offrire riparo a climber ed escursionisti” la polemica su questa iniziativa alimentato un’accesa discussione che va interpretata con spirito di montagna volto a non peggiorare lo stato dei servizi a disposizione di chi va per montagne.

Io cosa ho fatto? Perché ho aspettato tanto per scrivere? Mi sono voluto documentare a modo mio di persona sullo stato e l’accessibilità dei bivacchi, per cui oltre a seguire la discussione di cui prima dicevo.ho calzato gli scarponi, ho messo la zaino in spalla e sono andando a visitare alcuni tra i più iconici bivacchi delle Alpi, iniziando proprio dal Bivacco Zeni. Per poi spostarmi nella mia amata Valdigne, dove ho visitato una serie di bivacchi al limite dei 3000m, che documento in queste foto.

11 agosto salita verso il Bivacco Hess (2958m), l’instabilità del canale di salita mi ha convinto a fermarmi a pochi metri, al col dell’Estelette;
12 agosto Bivacco Rainetto (3045m), piccolo ma valido per effettuare le due salite al Petit Mont Blanc e all’Aiguilles de Trelatete;
14 agosto Bivacco Pascal (2916m), meta di vari storici Trail e Ultra Trail e punto d’arrivo di un Vertical molto muscolare;
18 agosto Bivacco Fiorio (2735m) da dove si può raggiungere il Mont Dolent, punto d’incontro di tre stati: Italia, Francia e Svizzera.

Bivacco Rainetto

Come chiunque va per monti sa, il fine ultimo dell’esistenza dei bivacchi è quello di garantire il riparo e il rifugio agli alpinisti ed escursionisti. E questo non può e non deve mai essere impedito. Anzi! il valore di questi piccoli ripari deve essere sempre più valorizzato e garantito da parte di tutti.

mercoledì 1 agosto 2018

A chat in Val San Nicolò with Hans-Jörg Auer: It's easier to become a good climber than an old one.





On July 28th, in the Dolomites region, during the The North Face Mountain Festival, I had the honour to exchange ideas and gather info on both the latest achievements and the way to approach alpinism of a great Austrian athlete: Hans-Jörg Auer.






After a big achievement, you have to wait a bit of time to realise how good was it.

It's easier to become a good climber than an old one.




Question 1.)    Hi Hans Joerg, well you just got back from another amazing, wild, brutal expedition, the Summit the Lupghar Sar West, on the region of Karakorum, in Pakistan. Please can you tell us about this?

HJA Last 4 years I have been looking for new adventures and I found this Project Lupghar Sar west face - Karakorum. I always checked this mountain for a sort of Project, but the right moment never arrived. Then this year, this spring it happened, I planned to go with my friend Alex Bluemel, but he had to stop because he didn't feel 100% well.

Question 2.)    In realizing such a "wild" expedition, in a place that is really unknown, which are the most important things to take into account? How was it? Satisfied about the results?
HJA At the end I'm really happy. Everything run smoothly: I was there for four and a half weeks. It's totally different than to climb in a team, you are even more exposed in high altitude.


Question 3.)    How do you handle your fears in this situations? I have been this winter in Alaska and I had such a powerful experience in finding myself in such remote and desolated land. What were your feeling in pushing the summit of the Lupghar Sar West?

HJA Yes, when you are solo you are more exposed, but you move light and fast and you feel even stronger. There is nobody else around. This kind of experience opens even more possibilities for me for the future.


Question 4.)    You have done some extraordinary expeditions: which one is the most important for you? And which the most thrilling one?
HJA I think that in your life you don't have 30-40 highlights, highlights are rare, I have had just few highlights. I'm not comparing this with that amongst expeditions. Every expedition has got something. I have done few and each had its own feelings. However, Fish (Marmolada) solo, maybe the best. Also a few I did with my brother were really impressive. Third, of course the Lupghar Sar, but I need to wait: after a big achievement, you have to wait a bit of time to realise how good was it.


Question 5.)    Changing topic completely, alpinism has become for some aspects an "high profitable business". You can see thousands of people trying to summit the Everest even if they are not prepared… You on the other side have devoted your entire life to study and train yourself on the mountains. What are your thoughts about this situation?

HJA For me this is a different discipline. Now, as of today, we have more than 30 climbers on top of K2. But the same people on a 6000 or 7000meters without fixed ropes or oxygen mask would have no chances.
Some people like the first, some people like the second. Nobody has got the right to judge, just because I'm now a strong climber I do not have the right to judge.
They can do what they want, everybody is free, who am I to tell people what they have to do? I'm not in a position to judge.


Question 6.) You were a teacher, you wrote books, how your academic background is of help in preparing and communicating to the vast audience your adventures?

HJA I like the work behind climbing. I like to write things about expeditions, I like to study a lot, writing my stories, writing about mountains. I'm reflecting a lot.
It's important to know the past. Nowadays young generation, young climbers are focused more on difficulties, instead they should understand the achievements of the past.
A Young climber doesn't know about the achievements of Reinhold Messner and this is wrong.


Question 7.) Are you still inspired by someone or by a specific recent event?

HJA Yes, a lot! I'm not defining this game as "new". It's very old. We have better weather forecast. We can fly easier to Karakorum. We have more information, we have contacts everywhere.
But the achievement of them are still amazing, what I want to explain is that achievements of old climbers ae really impressive. Anyway, I'm trying to follow my way, my creativity , my passion.


Question 8.a.) Last year we experienced two extreme events like Alex Honnold Climbing Yosemite's El Capitan solo (i.e. Without a Rope) and Adam Ondra climbing the first 9c ever in Flatanger-Norway. How can these events influence the future of climbing? What's your feeling?

HJA It's incredible, you know. If you believe that in Climbing or in Alpinism the top level is achieved you are totally wrong! There will always be achievements that were not imaginable before

Question 8.b.) You didn't say "crazy" You didn't use this word.
HJA If you play honest it's not "crazy". Did I take risk? Yes, I took risk. Maybe I went some steps further than others, but that's all. For me it's still very important to have fun when I go out.
Then you know, it's easier to become a good climber than an old one.


Question 9.) What will be your next adventure?

HJA I'm thinking about opening a new route on Marmolada. I want to focus on climbing.

lunedì 11 dicembre 2017

My road to Iditarod: - 75 giorni alla partenza: addomesticare il rinoceronte impazzito




Prepararsi per un Artic Winter Race è un lavoro immane. Accanto alla preparazione fisica infatti bisogna studiare ogni singolo dettaglio relativo al vestiario, all'alimentazione, all'equipaggiamento (sono 3 liste diverse e integrate) e a tutto ciò che ci servirà in quei giorni e notti di totale e assoluta solitudine in mezzo alla selvaggia Alaska. Ecco il vero problema è proprio questo: chiedersi ogni giorno cos'è fondamentale mettere in quell'enorme borsa che mi accompagnerà per gli oltre 200km nel gelo dell'inverno polare? Anzi: la domanda così è mal posta. Perché il vero problema è decidere che cosa lasciare a casa. Perché quel borsone deve sì contenere l'essenziale, ma non deve essere troppo pesante perché sarebbe impossibile trascinarselo dietro per tutti quei chilometri.
E allora tutti i giorni - più volte al giorno - mi chiedo: cosa metto, cosa tolgo? Un detto inglese recita "alla fine si finisce sempre di mettere nello zaino le nostre paure". E di paure nell'affrontare il gelo più assoluto ce ne sono moltissime. Paura del freddo tridimensionale (si calcola su tre assi: temperatura, ore continuate di esposizione e notti insonni), paura di non avere abbastanza cibo, paura di non riuscire ad accendere il fornelletto per sciogliere la neve e riuscire così ad avere acqua, paura di non riuscire ad evitare eventuali "overflow" (acqua che sale sopra la superficie ghiacciata e che, coperta da uno strato di neve, crea delle trappole mortali)…  In quella slitta che trascinerò per oltre 200km c'è tutta la mia vita e la voglia di riempirla all'inverosimile è tanta.
Secondo i miei attuali calcoli il borsone nella slitta peserà tra i 20 e i 25 chili, Ma memore delle tre "golden rules" della Marathon des Sables, ovvero 1. Viaggia leggero, 2. Viaggia leggero e 3.





Viaggia leggero cercherò di rimanere vicino ai 20 chili. Chi ha letto il mio resoconto sulla Rovaniemi 150 si ricorda che in quella gara in Lapponia ho lottato per 150km con la slitta che si ribaltava continuamente, causandomi grande dolore e un immensa fatica derivata dagli sforzi per riportarla in posizione. Ecco perché proprio in base all'esperienza dell'anno scorso, questa volta ho deciso di dedicare una gran parte dell'allenamento ad "addomesticare il rinoceronte impazzito" ovvero a cercare di far diventare la slitta una parte di me.




 Le attività da domatore sono state:

1.      Posizionamento dell'equipaggiamento nel borsone. Inizialmente sembra tutto ovvio, le cose più pesanti devono essere posizionate in basso per ottimizzare il baricentro ed evitare che la slitta "scuffi", le cose più pesanti dietro per evitare che la "prua" della slitta si infili nella neve, ma poi questo deve conciliare con avere a portata di mano e quindi vicino all'apertura cose che devono essere prontamente disponibili: guanti pesanti, giacca ulteriore, sovrascarpe, ciaspole, fornelletto, telefono…a voi la scelta in base alle paure soggettive.

 2.      Test in condizioni più estreme di quelle di gara. Questo sembra uno scherzo. Ma in effetti il caricamento ottimale lo sto testando in salite ripide. Le salite sono muscolarmente faticose ma tecnicamente non sono la cosa più difficile nel trainare la slitta. Il vero problema di manovrabilità della slitta è nelle discese! E' proprio nei crinali che viene il bello: tu sei lì che finalmente assapori le gambe leggere del correre in discesa quando all'improvviso la slitta ti supera prima da destra e poi da sinistra e poi si ribalta trascinandoti per terra. Ma è su traversi fortemente inclinati che si affronta il momento più pericoloso perché il peso della slitta rischia di trascinarti su un lato, sua destra o sinistra, giù per il pendio. In questo caso il rischio è davvero enorme perché si è legati alla slitta e se si perde il controllo e la slitta prende il via, con l'accelerazione il peso aumenta trascinandoti con violenza a valle. A questo problema, dopo ore di tentativi e misere figure con me stesso, ho ovviato impugnando un manico del borsone legato sopra la slitta e trascinandolo facendo forza sui ramponcini o sui denti metallici delle ciaspole.

3.      Metodologia per riguadagnare l'assetto. Per capire questo va spiegato che la slitta con sopra il borsone è trainata grazie a due funi di nylon che scorrono dentro due tubi di pvc di circa due metri ciascuno. Alle estremità delle funi ci sono quattro moschettoni, due fissati alla prua della slitta (vedi foto) e due fissati ad un imbrago indossato (formato da una cintura con due bretelle). Questo significa che se la slitta "scuffia", bisogna sganciarsi l'imbrago, sfilarsi le bretelle, adagiare i traini a terra, girarci attorno, arrivare alla slitta, rimetterla in posizione, tornare davanti, re-indossare l'imbrago. Detto così non sembra poi difficile vero? Ma provatelo a fare senza levarvi mai le muffole da spedizione che viste le temperature dell'inverno in Alaska non potete assolutamente mai levarvi. E poi provate a farlo per decine di volte consecutivamente… perché purtroppo potrebbe succedere proprio così in gara (e in effetti è quello che mi è successo alla Rovaniemi 150 quando a causa della presenza di radici e altri ostacoli ho dovuto fare questa operazione per molte volte!

Insomma avete capito che domare il rinoceronte impazzito non è facile e che forse in realtà non ci riuscirò mai a domarlo del tutto. Ma spero almeno di poterlo in   qualche modo controllare, pensando che beh certo!




 È buono il consiglio che mi ha dato Fernanda Maciel (atleta TNF) quando mi ha detto "mi raccomando  parti più leggero che puoi!" Ma forse lei non stava andando in Alaska in inverno...


giovedì 16 novembre 2017

100 giorni alla partenza dell’Iditarod



 


Il 20 febbraio vado in Alaska per partecipare all'Iditarod Trail Invitational (ITI 130). Detta così sembra un classico ultra-trail. Ma ad analizzarla bene la faccenda non è poi così semplice. Primo perché 130 sono la distanza da percorrere in miglia (vale a dire quasi 210km). Poi perché si corre in totale autonomia nell'immensa e selvaggia natura dell'Alaska.E infine perché si gareggia in pieno inverno quando le giornate durano poche ore e le temperature possono raggiungere facilmente i -40.  


ITI130 fa parte di quel particolare circuito di gare "extreme" che va sotto il nome di Arctic Winter Races: ovvero ultra-trail estremi che si svolgono in pieno inverno in zone dell'Artico o del Polo, dove le temperature sono tra le più basse del pianeta. Nel caso dell'Iditarod, si parte da Anchorage, la città più grande dell'Alaska  e prosegue in direzione di Nome, cittadina che si trova a 1000 miglia di distanza e che si affaccia sullo Stretto di Bering.


Per essere ammessi a questa gara bisogna essersi guadagnati sul campo un Curriculum "estremo". Io – ad esempio – sono riuscito ad accedere solo dopo aver fatto la Rovaniemi 150 (link) in Lapponia (Finlandia) nel febbraio 2017. A sua volta per poter accedere alla Rovaniemi avevo dovuto presentare un CV sportivo dove risultavo finisher in gare come UTMB, Marathon des Sable, Diagonal des Fous e altre. A dire il vero, sono ben 10 anni che mi preparo a questa gara. Ho conservato una mail che il mio amico FrankofOld mi inviò nel 2007 in cui mi spiegava cosa bisognava fare per essere ammessi all'Iditarod.

Ma ricordi personali a parte, torniamo al presente dell'Iditarod. Chi decide di partecipare all'Iditarod e più in generale alle Artic Winter Races può gareggiare:

1.)    a piedi (trainando una slitta con tutto il necessario alla sopravvivenza)

2.)    in bici, per essere più precisi con una Fat-Bike, ovvero una bici specifica per neve e ghiaccio, oppure

3.)    con gli sci.
 

Ma si deve dichiarare alla partenza come s'intende gareggiare e non è possibile cambiare durante il percorso. E la scelta – vi assicuro – non è affatto facile perché ognuna di queste tre possibilità ha i suoi vantaggi e svantaggi a seconda delle condizioni meteo (quantità di neve, presenza di ghiaccio, vento) e a seconda del tipo di percorso (dislivello, presenza di fiumi, laghi).


Anche le distanze nell'Iditarod sono diverse:
a.)    la gara più breve è quella da 130 miglia e rappresenta il primo passo per potersi iscrivere alle distanze successive;
b.)    La gara media 350 miglia
c.)    E infine la versione originale, la mitica 1000 miglia. Questa è la versione ha ispirato film e racconti, avendo origina da un fatto di cronaca risalente al 1925, quando a seguito di un epidemia di difterite scoppiata nella città di Nome, un gruppo di volontari partì da Anchorage con le tradizionali slitte trainate dai cani per potere il vaccino necessario. Un'impresa mitica che è rimasta tra le gesta più famose della storia degli Stati Uniti.


Le distanze sono ovviamente puramente indicative perché a differenza dei nostri Trail (sempre balissati e segnati), qui il percorso non è tracciato in alcun modo.
Esiste un punto di Partenza e un punto di Arrivo. E tra questi ci sono dei Check Points intermedi dove bisogna registrare il proprio passaggio. Ma per il resto il percorso viene dettato dalla bussola e dalle condizioni del terreno. E visto che spesso si devono percorrere immensi laghi ghiacciati, vi lascio immaginare quanto può cambiare il tracciato nel caso in cui il giaccio dovesse in qualche modo non essere abbastanza solido…


giovedì 9 novembre 2017

#NeverStopMilano: Training con Fernanda Maciel, atleta The North Face










The Community





La prima volta che ho incontrato Fernanda Maciel http://www.fernandamaciel.es/ , ultra-trailer brasiliana del team The North Face https://www.thenorthface.it/exploration/athletes/fernanda-maciel.html , è stato nel 2015 a Cortina a poche ore dalla partenza della Lavaredo Ultra Trail https://www.ultratrail.it . In quella occasione mi trovai davanti un’atleta super-concentrata, posata e di poche parole. Che, malgrado la tensione pre-gara, mi concesse una bella intervista http://actionmagazine.it/fernanda-maciel-io-mi-alleno-cosi/ e preziosi consigli per me che – come lei – partivo per la stessa gara.
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Quando mi hanno detto che Fernanda sarebbe venuta in Italia in questi giorni, ho chiesto subito di poterla incontrare. Perché in questi anni si è confermata atleta di grande valore che ha continuato a macinare risultati straordinari nei trail: 1° Ultra Trail del Monte Fuji (2016) 3° Marathon des Sable (2016) 3° Lavaredo Ultra Trail (2015 e 2016) solo per citarne alcuni. Ma soprattutto perché è riuscita anche a spaziare oltre il trail e ha stabilire record incredibili come il record di salita e discesa dal Kilimangiaro in 10 ore e 6 minuti (quasi 3 ore in meno del precedente primato) e il record femminile di ascensione e discesa all’Aconagua in 22ore e 52minuti.
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La Fernanda Maciel che mi trovo davanti questa sera a Milano non è solo un atleta fortissima, ben consapevole del suo valore. E’ anche una donna dal sorriso dolce che con premura e generosità risponde alle domande e prodiga consigli.
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> Fernanda dall’ultima volta che ci siamo visti alla LUT non ti sei mai fermata stabilendo record incredibili e raggiungendo dei risultati eccezionali. Qual è tra gli ultimi tuoi successi quello a cui tieni di più?
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Mi piace molto correre i trail. Anzi, diciamo che ne ho bisogno perché è grazie ai trail che riesco ad allenarmi molto duramente. Ma i record sull’Aconagua e il Kilimangiaro sono stati davvero speciali! Sono state imprese stimolanti perché mi hanno costretto a spingermi completamente fuori dalla mia comfort zone
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Nella tua carriera di ultrarunner hai partecipato alle gare più famose come Diagonale des Fous, Marathon des Sables e LUT: quale preferisci?
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Onestamente tutte le gare del Ultra Trail World Tour sono interessanti perché sono lunghe e bellissime. Ho fatto per due volte la Marathon Des Sable, ma mi trovo molto più a mio agio in montagna. E se devo dire proprio qual è la mia preferita direi sicuramente l’UTMB http://utmbmontblanc.com/it/ . Amo l’atmosfera che si respira in montagna, molto di più che il deserto perché in montagna ci si imbatte in paesaggi meravigliosi.  E’ vero però che si riesce ad ammirarli meglio facendo una semplice trekking o un arrampicata piuttosto che in gara!
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Sai già quali sono i tuoi obiettivi per il 2018?
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Ah certo che mi sono già posta gli obiettivi per l’anno prossimo! Tra questi ci sono a Febbraio la Transgrancanaria http://www.transgrancanaria.net/en/ poi a Maggio il campionato del mondo di Penyagolosa http://penyagolosatrails.com e logicamente UTMB. Ma quest’anno non farò nessuna impresa in alta montagna tipo Aconcagua e Kilimangiaro perché devo ancora recuperare dopo questi due record. L’anno prossimo mi concentrerò sulle performance in gare di ultra-trail.
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Fernanda tu hai fatto delle imprese straordinarie nell’Ultra trail e in ambienti estremi, posso chiederti un paio di consigli per noi trail runners e in particolare per me che a Febbraio farò l’Iditarod http://iditarodtrailinvitational.com/ ?
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Dio mio! Non ho mai fatto niente di simile all’Iditarod in vita mia – dice ridendo.  Ma sulla base delle mie esperienze in ambienti estremi posso dirti di usare dell’ottimo materiale e di viaggiare leggero evitando di sovraccaricare il tuo bagaglio. Quando ho corso il Cammino di Santiago (900km circa in 10 giorni) mi sono portata dietro solo uno zaino di 2 chili e quando ho fatto la Marathon Des Sables avevo uno zaino di 7 chili. Ma soprattutto – come ultimo consiglio – cerca di rimanere sempre caldo e ben coperto.
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Ci salutiamo e ci diamo appuntamento per il giorno dopo quando lei allenerà la community di Never Stop Milan https://it-it.facebook.com/NeverStopMilano/ gruppo che s’incontra tutti i martedì e in casi eccezionali come questo il giovedì. Conoscendo Fernanda so che quello sarà un allenamento molto molto tosto.


venerdì 3 novembre 2017

Fernanda Maciel: io mi alleno cosi’ (Cortina d'Ampezzo, 1 luglio 2015)







Max Marta ha intevistato per noi durante la Lavaredo Ultra Trail  la grande Fernanda Maciel. Che ci racconta come si fa a macinare tanti chilometri senza perdere la concentrazione e senza mollare mai.



– Ciao Fernanda, benvenuta a Cortina!
“Grazie…  In realtà sono qui già da un po’ di giorni. Ad allenarmi sul percorso della LUT. L’altro giorno ho fatto la parte che va da Malga Ra Stua a Col Gallina (dal 75km al 95Km). Poi ieri la parte da Col Gallina fino all’arrivo. Anche se conosco già il percorso, ho voluto allenarmi sull’ultima parte di questo tracciato perché amo correre su queste montagne”.
Fernanda, hai vinto già la LUT nel 2011 e sei arrivata seconda nel 2012: deduco che ti piace particolarmente questa gara…
“Io amo la LUT: sì! Purtroppo non sono riuscita ad essere qui l’anno scorso perché in contemporanea c’era il World Championship a Chamonix. Ma mi piace davvero tantissimo questa gara: per cui sono felicissima di essere di nuovo qui quest’anno!”
Che cosa ti affascina di più della LUT?
“Quando corro la LUT, quando mi alleno tra queste montagne, mi guardo in giro e penso: è semplicemente bellissimo! Correre e ammirare le tre Cime di Lavaredo, il Passo Giau. Beh! che panorama stupendo! E poi i cieli delle Dolomiti, quella luce speciale che circonda queste montagne è qualcosa di unico al mondo. Sono così grata a tutti di poter essere qui. E’ davvero un grande regalo poter essere qui”.
Quando corri un ultra Trail cosa fai per mantenerti concentrata?
“Anche se correre è una cosa che mi riempie di gioia, non ti posso negare che anch’io ogni tanto penso “ma chi me l’ha fatto fare?”. Il freddo di notte, i piedi bagnati: sì! È inevitabile avere dei pensieri negativi quando si corre. E’ per questo che oltre ad allenare il fisico dedico grande attenzione ad allenare anche la mente. Se ci pensi quasi il 99% dei pensieri che abbiamo sono negativi o sono relativi a problemi del passato o del futuro. Io alleno la mia mente ad essere sempre solo concentrata sul presente e sulla cosa che sto facendo in quel momento. Ed è così “positiva e presente” che cerco di essere per tutta la gara. Ma è certo che i pensieri negativi arrivano, così come arrivano le brutte sensazioni e i dolori: è naturale. Bisogna accettarli. Se ci pensi, la corsa può essere vista come un’evoluzione del sé, una percorso di crescita della propria persona. Così come non puoi evitare la pioggia e il brutto tempo, non puoi evitare i brutti momenti che ti possono capitare. Ma puoi allenare la tua mente a mantenersi nel presente, a cercare di avere un’energia positiva e ad avere pensieri costruttivi”.
Fernanda, come si allena una campionessa? Tu ti dedichi solo alla corsa in montagna o fai anche altri sport?
“Dedico una grande parte del mio allenamento a migliorare la mia velocità. Ad essere onesta non è che siano i miei allenamenti preferiti: ma il Fartlek o le ripetute veloci aiutano a migliorare la propria tecnica di corsa e quindi ad incrementare la propria velocità.  Purtroppo non corro sempre in montagna. Negli ultimi mesi sono stata in Brasile a casa dei miei genitori, che vivono in una grande metropoli. E mi sono dovuta allenare in una grande città con tutti i problemi che questo implica: il traffico, lo smog, la paura. Ma questa è la città dove sono nata e la amo comunque. Vedi, il punto è che devi trovare sempre qualcosa positivo mentre ti alleni”.
E come gestisce una campionessa come te vita quotidiana e allenamenti?
“Io sono una runner, è vero. Ma sono anche una nutrizionista dello sport e una donna che lavora. Quindi spesso mi alleno la mattina presto, poi vado al lavoro. E in alcuni casi faccio un secondo allenamento nel pomeriggio. Spesso questo secondo allenamento è ciclismo su strada o stretching. Nei weekend invece mi dedico completamente alla corsa, e qui faccio le mie sessioni lunghe, 3 o 4 ore di corsa nella mia comfort zone: questo è l’allenamento che preferisco!”.
Come nutrizionista che consigli puoi darci?
“Penso che la cosa più importante sia essere consapevoli di dove ci si trova. Mi spiego: i cinesi hanno alimenti diversi dai brasiliani, dai giapponesi o dagli italiani. E’ importante prestare sempre attenzione alla cultura del cibo del luogo in cui ci si trova: perché è così che ci si alimenta nel modo più naturale possibile. E se il tuo stomaco è felice, molto probabilmente è felice anche la tua mente! Io credo profondamente nella dieta bilanciata: mangiare un poco di tutto preferendo frutta e verdura, e poi riso e patate che sono alimenti importantissimi: ma se ti piace la carne, mangiala! Per quanto invece riguarda l’alimentazione in gare come gli ultra trail, ci sono due elementi di cui non puoi fare a meno: carboidrati e sali. I primi danno energia e io li consumo a scadenze precise: ad esempio ogni ora oppure ogni 40 minuti. Se non si rispetta questa regola, sio rischia di perdere energia senza quasi accorgersene. Durante le distanze ultra –  visto che si corre per così tante ore – gel e barrette non bastano: c’è bisogno di cibo solido! Per cui è necessario integrare barrette e gel con cibo vero. Per quanto invece riguarda i sali, anche questi sono importantissimi: l’acqua da sola non basta perché bevendo solo acqua si rischia la disidratazione”.
Come cambi la tua dieta prima di gare così lunghe?
“Io non cambio la mia dieta prima della gara: integro la mia alimentazione con maltodestrine. E cerco di preferire i carboidrati alle proteine il giorno prima della gara. Così incremento le mie riserve di energia. Ma non è un cambiamento radicale. La regola deve essere sempre mangiare in modo bilanciato. Ovvero io non faccio il carico di carboidrati come si faceva un po’ di anni fa. Perché si è capito che con il carico di carboidrati si rischia di arrivare alla gara troppo pesanti e troppo pieni d’acqua. Una buona soluzione è aumentare un poco le proteine fino a tre giorni prima della gara, e poi invece aumentare un poco i carboidrati. Ma questa variazione deve essere sempre controllata e bilanciata”.
Qual è il tuo obiettivo del 2015?
“Quest’anno mi sento bene e ho voglia di lottare di più. Questa è la mia prima gara del circuito Ultra Trail World Tour. Poi farò la UTMB  e La Diagonale des Fous. Questa non l’ho mai fatta per cui sono emozionata perché è la prima volta.
UTMB invece l’ho fatta e la conosco, per cui sono felice di tornare e godermi il Monte Bianco: è un luogo magico e speciale per me. Poi farò anche due vertical sky race: la K3 in Val Susa e il Dolomitenmann . Penso che i Vertical siano un buon allenamento, ma se devo essere onesta non li amo particolarmente. La pendenza è così forte che guardi solo per terra e non ti godi il panorama. E poi è così faticoso che non riesci a controllare il respiro: insomma una fatica tremenda. Ma è bellissimo arrivare in cima. E poi è necessario andare oltre la propria comfort zone. E’ un bene e t’insegna molte cose”.
C’è una gara che sogni di fare?
“La Marathon des Sables  e la Hardrock negli Stati Uniti”.