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giovedì 16 novembre 2017

100 giorni alla partenza dell’Iditarod



 


Il 20 febbraio vado in Alaska per partecipare all'Iditarod Trail Invitational (ITI 130). Detta così sembra un classico ultra-trail. Ma ad analizzarla bene la faccenda non è poi così semplice. Primo perché 130 sono la distanza da percorrere in miglia (vale a dire quasi 210km). Poi perché si corre in totale autonomia nell'immensa e selvaggia natura dell'Alaska.E infine perché si gareggia in pieno inverno quando le giornate durano poche ore e le temperature possono raggiungere facilmente i -40.  


ITI130 fa parte di quel particolare circuito di gare "extreme" che va sotto il nome di Arctic Winter Races: ovvero ultra-trail estremi che si svolgono in pieno inverno in zone dell'Artico o del Polo, dove le temperature sono tra le più basse del pianeta. Nel caso dell'Iditarod, si parte da Anchorage, la città più grande dell'Alaska  e prosegue in direzione di Nome, cittadina che si trova a 1000 miglia di distanza e che si affaccia sullo Stretto di Bering.


Per essere ammessi a questa gara bisogna essersi guadagnati sul campo un Curriculum "estremo". Io – ad esempio – sono riuscito ad accedere solo dopo aver fatto la Rovaniemi 150 (link) in Lapponia (Finlandia) nel febbraio 2017. A sua volta per poter accedere alla Rovaniemi avevo dovuto presentare un CV sportivo dove risultavo finisher in gare come UTMB, Marathon des Sable, Diagonal des Fous e altre. A dire il vero, sono ben 10 anni che mi preparo a questa gara. Ho conservato una mail che il mio amico FrankofOld mi inviò nel 2007 in cui mi spiegava cosa bisognava fare per essere ammessi all'Iditarod.

Ma ricordi personali a parte, torniamo al presente dell'Iditarod. Chi decide di partecipare all'Iditarod e più in generale alle Artic Winter Races può gareggiare:

1.)    a piedi (trainando una slitta con tutto il necessario alla sopravvivenza)

2.)    in bici, per essere più precisi con una Fat-Bike, ovvero una bici specifica per neve e ghiaccio, oppure

3.)    con gli sci.
 

Ma si deve dichiarare alla partenza come s'intende gareggiare e non è possibile cambiare durante il percorso. E la scelta – vi assicuro – non è affatto facile perché ognuna di queste tre possibilità ha i suoi vantaggi e svantaggi a seconda delle condizioni meteo (quantità di neve, presenza di ghiaccio, vento) e a seconda del tipo di percorso (dislivello, presenza di fiumi, laghi).


Anche le distanze nell'Iditarod sono diverse:
a.)    la gara più breve è quella da 130 miglia e rappresenta il primo passo per potersi iscrivere alle distanze successive;
b.)    La gara media 350 miglia
c.)    E infine la versione originale, la mitica 1000 miglia. Questa è la versione ha ispirato film e racconti, avendo origina da un fatto di cronaca risalente al 1925, quando a seguito di un epidemia di difterite scoppiata nella città di Nome, un gruppo di volontari partì da Anchorage con le tradizionali slitte trainate dai cani per potere il vaccino necessario. Un'impresa mitica che è rimasta tra le gesta più famose della storia degli Stati Uniti.


Le distanze sono ovviamente puramente indicative perché a differenza dei nostri Trail (sempre balissati e segnati), qui il percorso non è tracciato in alcun modo.
Esiste un punto di Partenza e un punto di Arrivo. E tra questi ci sono dei Check Points intermedi dove bisogna registrare il proprio passaggio. Ma per il resto il percorso viene dettato dalla bussola e dalle condizioni del terreno. E visto che spesso si devono percorrere immensi laghi ghiacciati, vi lascio immaginare quanto può cambiare il tracciato nel caso in cui il giaccio dovesse in qualche modo non essere abbastanza solido…


giovedì 9 novembre 2017

#NeverStopMilano: Training con Fernanda Maciel, atleta The North Face










The Community





La prima volta che ho incontrato Fernanda Maciel http://www.fernandamaciel.es/ , ultra-trailer brasiliana del team The North Face https://www.thenorthface.it/exploration/athletes/fernanda-maciel.html , è stato nel 2015 a Cortina a poche ore dalla partenza della Lavaredo Ultra Trail https://www.ultratrail.it . In quella occasione mi trovai davanti un’atleta super-concentrata, posata e di poche parole. Che, malgrado la tensione pre-gara, mi concesse una bella intervista http://actionmagazine.it/fernanda-maciel-io-mi-alleno-cosi/ e preziosi consigli per me che – come lei – partivo per la stessa gara.
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Quando mi hanno detto che Fernanda sarebbe venuta in Italia in questi giorni, ho chiesto subito di poterla incontrare. Perché in questi anni si è confermata atleta di grande valore che ha continuato a macinare risultati straordinari nei trail: 1° Ultra Trail del Monte Fuji (2016) 3° Marathon des Sable (2016) 3° Lavaredo Ultra Trail (2015 e 2016) solo per citarne alcuni. Ma soprattutto perché è riuscita anche a spaziare oltre il trail e ha stabilire record incredibili come il record di salita e discesa dal Kilimangiaro in 10 ore e 6 minuti (quasi 3 ore in meno del precedente primato) e il record femminile di ascensione e discesa all’Aconagua in 22ore e 52minuti.
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La Fernanda Maciel che mi trovo davanti questa sera a Milano non è solo un atleta fortissima, ben consapevole del suo valore. E’ anche una donna dal sorriso dolce che con premura e generosità risponde alle domande e prodiga consigli.
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> Fernanda dall’ultima volta che ci siamo visti alla LUT non ti sei mai fermata stabilendo record incredibili e raggiungendo dei risultati eccezionali. Qual è tra gli ultimi tuoi successi quello a cui tieni di più?
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Mi piace molto correre i trail. Anzi, diciamo che ne ho bisogno perché è grazie ai trail che riesco ad allenarmi molto duramente. Ma i record sull’Aconagua e il Kilimangiaro sono stati davvero speciali! Sono state imprese stimolanti perché mi hanno costretto a spingermi completamente fuori dalla mia comfort zone
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Nella tua carriera di ultrarunner hai partecipato alle gare più famose come Diagonale des Fous, Marathon des Sables e LUT: quale preferisci?
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Onestamente tutte le gare del Ultra Trail World Tour sono interessanti perché sono lunghe e bellissime. Ho fatto per due volte la Marathon Des Sable, ma mi trovo molto più a mio agio in montagna. E se devo dire proprio qual è la mia preferita direi sicuramente l’UTMB http://utmbmontblanc.com/it/ . Amo l’atmosfera che si respira in montagna, molto di più che il deserto perché in montagna ci si imbatte in paesaggi meravigliosi.  E’ vero però che si riesce ad ammirarli meglio facendo una semplice trekking o un arrampicata piuttosto che in gara!
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Sai già quali sono i tuoi obiettivi per il 2018?
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Ah certo che mi sono già posta gli obiettivi per l’anno prossimo! Tra questi ci sono a Febbraio la Transgrancanaria http://www.transgrancanaria.net/en/ poi a Maggio il campionato del mondo di Penyagolosa http://penyagolosatrails.com e logicamente UTMB. Ma quest’anno non farò nessuna impresa in alta montagna tipo Aconcagua e Kilimangiaro perché devo ancora recuperare dopo questi due record. L’anno prossimo mi concentrerò sulle performance in gare di ultra-trail.
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Fernanda tu hai fatto delle imprese straordinarie nell’Ultra trail e in ambienti estremi, posso chiederti un paio di consigli per noi trail runners e in particolare per me che a Febbraio farò l’Iditarod http://iditarodtrailinvitational.com/ ?
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Dio mio! Non ho mai fatto niente di simile all’Iditarod in vita mia – dice ridendo.  Ma sulla base delle mie esperienze in ambienti estremi posso dirti di usare dell’ottimo materiale e di viaggiare leggero evitando di sovraccaricare il tuo bagaglio. Quando ho corso il Cammino di Santiago (900km circa in 10 giorni) mi sono portata dietro solo uno zaino di 2 chili e quando ho fatto la Marathon Des Sables avevo uno zaino di 7 chili. Ma soprattutto – come ultimo consiglio – cerca di rimanere sempre caldo e ben coperto.
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Ci salutiamo e ci diamo appuntamento per il giorno dopo quando lei allenerà la community di Never Stop Milan https://it-it.facebook.com/NeverStopMilano/ gruppo che s’incontra tutti i martedì e in casi eccezionali come questo il giovedì. Conoscendo Fernanda so che quello sarà un allenamento molto molto tosto.


venerdì 3 novembre 2017

Fernanda Maciel: io mi alleno cosi’ (Cortina d'Ampezzo, 1 luglio 2015)







Max Marta ha intevistato per noi durante la Lavaredo Ultra Trail  la grande Fernanda Maciel. Che ci racconta come si fa a macinare tanti chilometri senza perdere la concentrazione e senza mollare mai.



– Ciao Fernanda, benvenuta a Cortina!
“Grazie…  In realtà sono qui già da un po’ di giorni. Ad allenarmi sul percorso della LUT. L’altro giorno ho fatto la parte che va da Malga Ra Stua a Col Gallina (dal 75km al 95Km). Poi ieri la parte da Col Gallina fino all’arrivo. Anche se conosco già il percorso, ho voluto allenarmi sull’ultima parte di questo tracciato perché amo correre su queste montagne”.
Fernanda, hai vinto già la LUT nel 2011 e sei arrivata seconda nel 2012: deduco che ti piace particolarmente questa gara…
“Io amo la LUT: sì! Purtroppo non sono riuscita ad essere qui l’anno scorso perché in contemporanea c’era il World Championship a Chamonix. Ma mi piace davvero tantissimo questa gara: per cui sono felicissima di essere di nuovo qui quest’anno!”
Che cosa ti affascina di più della LUT?
“Quando corro la LUT, quando mi alleno tra queste montagne, mi guardo in giro e penso: è semplicemente bellissimo! Correre e ammirare le tre Cime di Lavaredo, il Passo Giau. Beh! che panorama stupendo! E poi i cieli delle Dolomiti, quella luce speciale che circonda queste montagne è qualcosa di unico al mondo. Sono così grata a tutti di poter essere qui. E’ davvero un grande regalo poter essere qui”.
Quando corri un ultra Trail cosa fai per mantenerti concentrata?
“Anche se correre è una cosa che mi riempie di gioia, non ti posso negare che anch’io ogni tanto penso “ma chi me l’ha fatto fare?”. Il freddo di notte, i piedi bagnati: sì! È inevitabile avere dei pensieri negativi quando si corre. E’ per questo che oltre ad allenare il fisico dedico grande attenzione ad allenare anche la mente. Se ci pensi quasi il 99% dei pensieri che abbiamo sono negativi o sono relativi a problemi del passato o del futuro. Io alleno la mia mente ad essere sempre solo concentrata sul presente e sulla cosa che sto facendo in quel momento. Ed è così “positiva e presente” che cerco di essere per tutta la gara. Ma è certo che i pensieri negativi arrivano, così come arrivano le brutte sensazioni e i dolori: è naturale. Bisogna accettarli. Se ci pensi, la corsa può essere vista come un’evoluzione del sé, una percorso di crescita della propria persona. Così come non puoi evitare la pioggia e il brutto tempo, non puoi evitare i brutti momenti che ti possono capitare. Ma puoi allenare la tua mente a mantenersi nel presente, a cercare di avere un’energia positiva e ad avere pensieri costruttivi”.
Fernanda, come si allena una campionessa? Tu ti dedichi solo alla corsa in montagna o fai anche altri sport?
“Dedico una grande parte del mio allenamento a migliorare la mia velocità. Ad essere onesta non è che siano i miei allenamenti preferiti: ma il Fartlek o le ripetute veloci aiutano a migliorare la propria tecnica di corsa e quindi ad incrementare la propria velocità.  Purtroppo non corro sempre in montagna. Negli ultimi mesi sono stata in Brasile a casa dei miei genitori, che vivono in una grande metropoli. E mi sono dovuta allenare in una grande città con tutti i problemi che questo implica: il traffico, lo smog, la paura. Ma questa è la città dove sono nata e la amo comunque. Vedi, il punto è che devi trovare sempre qualcosa positivo mentre ti alleni”.
E come gestisce una campionessa come te vita quotidiana e allenamenti?
“Io sono una runner, è vero. Ma sono anche una nutrizionista dello sport e una donna che lavora. Quindi spesso mi alleno la mattina presto, poi vado al lavoro. E in alcuni casi faccio un secondo allenamento nel pomeriggio. Spesso questo secondo allenamento è ciclismo su strada o stretching. Nei weekend invece mi dedico completamente alla corsa, e qui faccio le mie sessioni lunghe, 3 o 4 ore di corsa nella mia comfort zone: questo è l’allenamento che preferisco!”.
Come nutrizionista che consigli puoi darci?
“Penso che la cosa più importante sia essere consapevoli di dove ci si trova. Mi spiego: i cinesi hanno alimenti diversi dai brasiliani, dai giapponesi o dagli italiani. E’ importante prestare sempre attenzione alla cultura del cibo del luogo in cui ci si trova: perché è così che ci si alimenta nel modo più naturale possibile. E se il tuo stomaco è felice, molto probabilmente è felice anche la tua mente! Io credo profondamente nella dieta bilanciata: mangiare un poco di tutto preferendo frutta e verdura, e poi riso e patate che sono alimenti importantissimi: ma se ti piace la carne, mangiala! Per quanto invece riguarda l’alimentazione in gare come gli ultra trail, ci sono due elementi di cui non puoi fare a meno: carboidrati e sali. I primi danno energia e io li consumo a scadenze precise: ad esempio ogni ora oppure ogni 40 minuti. Se non si rispetta questa regola, sio rischia di perdere energia senza quasi accorgersene. Durante le distanze ultra –  visto che si corre per così tante ore – gel e barrette non bastano: c’è bisogno di cibo solido! Per cui è necessario integrare barrette e gel con cibo vero. Per quanto invece riguarda i sali, anche questi sono importantissimi: l’acqua da sola non basta perché bevendo solo acqua si rischia la disidratazione”.
Come cambi la tua dieta prima di gare così lunghe?
“Io non cambio la mia dieta prima della gara: integro la mia alimentazione con maltodestrine. E cerco di preferire i carboidrati alle proteine il giorno prima della gara. Così incremento le mie riserve di energia. Ma non è un cambiamento radicale. La regola deve essere sempre mangiare in modo bilanciato. Ovvero io non faccio il carico di carboidrati come si faceva un po’ di anni fa. Perché si è capito che con il carico di carboidrati si rischia di arrivare alla gara troppo pesanti e troppo pieni d’acqua. Una buona soluzione è aumentare un poco le proteine fino a tre giorni prima della gara, e poi invece aumentare un poco i carboidrati. Ma questa variazione deve essere sempre controllata e bilanciata”.
Qual è il tuo obiettivo del 2015?
“Quest’anno mi sento bene e ho voglia di lottare di più. Questa è la mia prima gara del circuito Ultra Trail World Tour. Poi farò la UTMB  e La Diagonale des Fous. Questa non l’ho mai fatta per cui sono emozionata perché è la prima volta.
UTMB invece l’ho fatta e la conosco, per cui sono felice di tornare e godermi il Monte Bianco: è un luogo magico e speciale per me. Poi farò anche due vertical sky race: la K3 in Val Susa e il Dolomitenmann . Penso che i Vertical siano un buon allenamento, ma se devo essere onesta non li amo particolarmente. La pendenza è così forte che guardi solo per terra e non ti godi il panorama. E poi è così faticoso che non riesci a controllare il respiro: insomma una fatica tremenda. Ma è bellissimo arrivare in cima. E poi è necessario andare oltre la propria comfort zone. E’ un bene e t’insegna molte cose”.
C’è una gara che sogni di fare?
“La Marathon des Sables  e la Hardrock negli Stati Uniti”.


giovedì 31 agosto 2017

Intervista a Tom Randall (atleta Wild Country) dei Wide Boyz






In occasione dell’edizione 2017 di Rock Master, in programma dal 24 al 27 agosto ad Arco di Trento, Wild Country ha portato con sé un ospite esclusivo: Tom Randall, uno dei climber più forti ed ecclettici del Regno Unito. Tom forma, insieme all’amico Pete Whittaker, il duo Wide Boyz, famoso per la pratica dell'arrampicata a incastro. Tom e Pete non sono solo esperti di queste tecniche, sono dei veri coach: organizzano infatti numerosi tour, per il momento solo nel Regno Unito, per diffondere e insegnare i segreti di questa disciplina. Incastri di mano, di piedi, di braccia, di gambe e di dita per salire una fessura: fatica e dolore, ma anche impegno, dedizione e amore per l’arrampicata.

Personalmente, ho avuto la possibilità di intervistarlo e riporto sotto il risultato:



  1. First, let's warm-up. Could you please tell us briefly using your own words who are you, where are you from and most important how, where and with whom you started climbing?
    TOM: My name is Tom Randall and I'm a 37yr old professional rock climber. I say I'm "professional" but I think the reality is that this is a mixture of both athlete and coach as I really enjoy both of these disciplines. I'm from South Africa originally, but I've lived in the UK for the last 30yrs and have a wife and two children. I started climbing 18yrs ago whilst taking part in a fun competition at school - I did better than I expected, so it seemed fun! 
     
  2. Is your cracking climbing technique invented and develiped by you, or at the beginning were you inpired by someone or by a specific event?
    TOM: I certainly didn't invent crack climbing - as far as I am aware it has been around for at least 100yrs?? It's actually a very old form of traditional climbing and one that has been used for a long time. Where I differ is that I take modern training techniques and sports science knowledge to apply it to an "ancient craft" :-)
     
  3. Which were the first reaction of the traditional  climbing community? Is it now commonly appreciated? Are you feeling a growing curiosity?
    TOM: About 10 yrs ago a lot of people thought that crack climbing was quite unusual and something that only the weird climbers would really be motivated by. My friends thought I was strange in that I wanted to always try more and more hard crack routes, but with time (and me and my climbing partner doing some world-famous hard routes) people started to see that it was something that was cool! These last few years, I can see a lot of momentum behind crack climbing and lots of people ask me questions and want to train more.
  4. How can the crack climbing techniques evolve further?
    TOM: I'm not sure the techniques can evolve any further, but the physical training can improve. It's always a case of working harder, working more constantly and starting at a younger age!
  5. For not yet climbing people at home, how painful is it? Did you have injuries? Do you use protections for your hands?
    TOM: In my opinion it's about as painful as minor tooth ache. It can be a bit annoying in the moment, but once you numb up a little it's all good fun! No.... sorry..... I joke. Seriously, it's actually not that bad once you have good technique. Yes I have got injured but it's often because I didn't stop when I have a little problem. Normally we tape up our hands to protect them.
     
  6. Personally, I feel a higher degree of security with crack climbing. Can you comment on it?
    TOM: I think this comes down to personal experience - I've met many people who would say the exact opposite. You and I feel comfortable on cracks.... others much prefer to face climb. It's all a matter of taste and experience I think?
  7. This year we experienced two extreme events like Alex Honnold Climbing Yosemite's El Capitan solo (i.e. Without a Rope) and Adam Ondra climbing the first 9c ever in Flatanger-Norway. How can these events influence the future of climbing? What’s your feeling?TOM: In my opinion these events are not extreme at all. They simple reflect the margins of current standards and show how the sport is evolving. What is today's "extreme" with be the next decade's "normal" so I try to not get too carried away by it. It's inspiring to see people push hard, work hard, make little differences in the path to achieving their aims and I think we can all do the same in our lives. Much that we like to think we have super heroes, we are all capable if we let ourselves truly commit, with little thought of the sacrifices.


mercoledì 19 luglio 2017

Sabato 15 luglio 2017, caffè al Bivacco Gervasutti









Obiettivo raggiunto. Altre 4 persone incontrate tra salita discesa e condivisione di un buon caffè al Bivacco!

Bivacco con equipaggiamento da sogno e tanto di Personal Computer. Purtroppo, non andava il wi-fi. Preparato un buon caffè con la moka e lasciato una busta di minestrone liofilizzato per chi avrebbe passato lì la notte.




lunedì 10 luglio 2017

Sabato 8 luglio: approccio al Bivacco Gervasutti



Piacevole salita in compagnia, interrotta anticipatamente per rischio maltempo








 

Mi sveglio di soprassalto, ho dormito molto ma molto più del previsto e rischio di arrivare tardi all’appuntamento per affrontare la salita a quello che si ritiene essere un esempio di tecnologia applicata alla montagna e di sguardo nel futuro: il Bivacco Gervasutti!

Gli zaini erano pronti, già dal weekend precedente, non per questa ma per quella che avrebbe dovuto essere una salita molto strutturata e sognata da tempo, anche da anni, ma il meteo ha deciso che la salita obiettivo dovrà essere ancora posticipata e contro il meteo non c’è discorso che tenga.






Dal fondo della Val Ferret, esattamente da Lavachey, si sale sparati direzione Gervasutti, beh diciamo che per qualche minuto le chiacchiere hanno preso il sopravvento e, una volta lasciata la strada che sale verso Arpnouva, siamo andati un po’ fuori rotta: cosa non difficile vista la scarsità di persone che transitano su quel percorso che è tutt’altro che marcato, ma non mal segnato.








Sentiero comunque netto con direzione inequivocabile, ma con vari passaggi dalla destra alla sinistra idrografica del torrente che scende dal ghiacciaio del Freboudze. Bellissima corda blu (canapone) installata di recente a creare il primo dei due tratti attrezzati. Si sale in agilità e con elevata sicurezza. Attraversamento di una lingua di ghiaccio che porta dopo lungo “sfasciume” al secondo tratto attrezzato subito prima del Bivacco.

Ma qui il cambio di meteo era ormai imminente e allora abbiamo deciso di tornare a Valle.






domenica 9 luglio 2017

In vista dell' Iditarod 2018 - ITI 130: intervista a Omar Mohamed Alí

Intervista a Omar Mohamed Alì Adventurer Ultra Runner , Outdoor Trainer, CrossFit Coach


E’ fantastico parlare con una persona che non hai mai incontrato prima e scoprire - nel corso della chiacchierata - di condividere le stesse passioni, esperienze, avventure e soprattutto lo stesso approccio verso “le imprese estreme”.  E’ stato proprio questo quello che mi è successo quando ho telefonato ad Omar, ex-professionista delle truppe Alpine con incarichi speciali, Ultra Runner Finisher all’UTMB, alla LUT, al Cro-Magnon nonché titolare di un Box Cross-Fit a Saronno. Mi sono messo in contatto con lui perché avevo letto un bell’articolo in cui raccontava la sua esperienza in Alaska. E così, preso il coraggio a quattro mani, ho cercato il suo contatto e l’ho chiamato.

Grazie ai racconti di un amico, Omar si è appassionato alla Yukon Ultrahttp://www.arcticultra.de/en/ e ha deciso di andare con lui alla versione di 300 miglia e che sono riusciti a completare con successo.  E’ nato così l’amore per il  “deserto bianco”. Quella strana passione per gli spazi infiniti – non importa se sono deserto, oceano o pianura di ghiaccio, dove lo sguardo si perde nell’orizzonte. Per poter attraversare questi luoghi così complessi e difficili è necessaria una preparazione metodica con la massima attenzione ai dettagli. E questo viene più facile se si è da sempre abituati ad affrontare gli eventi della vita con la stessa metodologia e devozione.

Vista la mia prossima partecipazione all’Iditarod Trail Invitational http://iditarodtrailinvitational.com/  ho chiesto ad Omar alcuni consigli e suggerimenti, considerando che lui - oltre ad aver concluso la Yukon - ha anche partecipato al'IditaSporthttps://iditasportalaska.com/ che si sviluppa praticamente sullo stesso tracciato dell’Iditarod. Siamo quindi subito passati a discutere i dettagli delle sue due avventure. E sono questi i dettagli che vorrei condividere, perché ritengo facciano parte del fascino di queste “Outdoor Adventures” che chiamare gare è oltremodo riduttivo.

                                                                                                                                  
La caratteristica di queste avventure nell’estremo nord è che si affrontano trainando una slitta, o pulka, o sled. La slitta contiene tutto il necessario per i giorni in cui si resta “confinati nell’ignoto”. Il peso della slitta oscilla tra i 22 e i 25 chili in relazione alla lunghezza e comprensivo del materiale essenziale alla sopravvivenza. Sulla slitta si carica solitamente un sacco impermeabile agganciato alla slitta stessa con dei moschettoni o con dei tiranti e reti elastiche. All’interno si posiziona: cibo, fornello per sciogliere la neve e scaldare il cibo,  thermos, ciaspole, ramponi, sacco a pelo, sacco da bivacco, materassino isolante e altri oggetti. Ma attenzione: qui non c’è materiale obbligatorio! Volete sopravvivere nel deserto di ghiaccio? Beh non aspettatevi che gli organizzatori vi diano consigli o suggerimenti. Il sito dell’Iditatod lo dice chiaramente: se avete bisogno di indicazioni su come sopravvivere a queste condizioni, allora forse siete nel posto sbagliato: ci sono altre gare più adatte a voi, non questa!

Omar ha usato un sacco da 120 litri agganciato con 4 moschettoni. Io invece alla Rovaniemi 150 https://www.rovaniemi150.com/  avevo un sacco da 80 litri, ma ugualmente ben assicurato con tre elastici colorati con ganci identici a quelli che usava mio papà per il portapacchi sul tetto della sua Fiat 124!! Ma Omar aveva anche una tenda minimalista, ignifuga, da 1,6kg e con due ingressi: uno per posizionarci il fornello stabilizzato da un pianale in legno, l’altro per entrata e uscita…alla mia osservazione di perché non un semplice sacco da bivacco, Omar ha risposto che la tenda dà più un’idea di casa, di rifugio sicuro. Ecco cosa mi piace di lui: cerca anche nelle condizioni più estreme di vivere in un modo autentico.
Come me Omar ha fatto tantissime Ultra Trail. Ma adesso ha deciso di indossare il pettorale solo in rare occasioni e dedicarsi di più all’avventura, alla scoperta. “vedi io adesso preferisco fare un altro tipo di esperienza. Preferisco trovare vie diverse d’accesso alle cime, trovare altri percorsi” mi dice e qui davvero mi riconosco nel suo percorso.


Torno a farmi e a fargli mille domande su questa impresa! Come hai fatto per l’acqua?
E il percorso di queste gare? Spesso non è tracciato, allora anche questo argomento andrà affrontato.
E se si elimina il cambio di abiti: come ci si veste per stare al freddo per due/quattro/dieci giorni?
Si corre o si cammina?
Che scarpe si usano?

Eh sì!! Mi accorgo ce n’è abbastanza per un secondo report.

sabato 1 luglio 2017

Weekend 1 e 2 luglio 2017 – salita alla Testa del Rutor, riuscita al secondo tentativo

Che emozione, arrivare in vetta e essere accolti dalla cordata che ti precede (del CAI di Marostica) con un "complimenti" e con una vigorosa stretta di mano

 


Dopo il tentativo del weekend precedente, quando a causa del brutto tempo si era dovuto deviare (con sempre grande soddisfazione)  dal Rifugio Deffeyes verso la più vicina la Becca Bianca, stavolta vetta Testa del Rutor raggiunta dal versante di Valgrisenche.



Salita di avvicinamento il sabato pomeriggio al Rifugio degli Angeli (Rifugio che destina tutto il ricavato dell’attività ai poveri del Mato Grosso! Bravi, davvero bravi!), gustosa cena e pernotto in camerata fino alla sveglia delle 4:45. Colazione alle 5 e alle 5:30 si esce.


 


A differenza degli altri, non calziamo i ramponi e non ci leghiamo, e procediamo comunque sicuri sul ghiacciaio con l’aiuto dei bastoncini. Siamo più veloci sui tratti di misto, ma prima della salita al Colle facciamo una sosta per indossare i ramponi e lasciamo sfilare le altre cordate. Il gruppo di sei persone che ci precede, lascia cadere un paio di scariche di sassi dalla pietraia in testa al canalino, ma la fortuna è dalla nostra parte.

Guadagnato il Colle, si procede per la lunga ma non esposta cresta fino alla Madonnina sulla Testa del Rutor.

 


Calda accoglienza e discesa veloce e con il sorriso, pausa al Rifugio degli Angeli per togliere caschi, imbraghi e sistemare gli zaini, poi giù lungo il sentiero fino al Land Rover a suo agio nel suo ambiente.

lunedì 26 giugno 2017

Domenica 18 giugno: Aiguille du Midi da Punta Helbronner (andata e ritorno)



 

Salita in funivia Sky Way a Punta Helbronner con obiettivo Aiguille du Midi.




Caldo intenso, crepacci aperti, sembrava agosto inoltrato. Neanche troppe cordate in zona.

Prima di iniziare a salire dopo aver lasciato sulla destra il Gros Rognon, assistiamo anche ad un intervento del Soccorso alpino per recuperare un rocciatore infortunato ad una mano: solite operazioni veloci, sincronizzate, speriamo di non averne mai bisogno ma questo ragazzi ci sanno fare.


Rifugio Cosmique lasciato alla sinistra, anche qui in molti accampati in tenda prima dell’attacco per il Bianco, si prosegue in salita verso l’Aiguille du Midi, ma il traffico qua davvero intenso sia in andata che in ritorno, e in contemporanea, e la neve che molla, fanno optare per rinunciare all’abbinata Aréte e ovetti per il ritorno e si torna a piedi.


Al ritorno il termometro del Suunto arriva a segnare 35 gradi!


mercoledì 24 maggio 2017

Trekking tra le bandiere arancioni liguri

Vista dal primo tratto

Un weekend di Trekking a sfondo enogastronomico, ma soprattutto tanta cultura



Quante volte percorrendo un sentiero vi siete chiesti chi erano i viandanti che nei secoli scorsi percorrevano quelle vie? Mercanti, esploratori, uomini e donne che cercavano fortuna in altre terre. Delle grandi vie storiche, come ad esempio la via Francigena, la via del sale o la via degli Dei che collega Bologna a Firenze, conosciamo in parte la storia millenaria. Ma di altri sentieri è più difficile conoscerne l’origine. A meno che non si abbia la fortuna che ho avuto io - grazie al Touring Club Italiano -  di poter percorre alcuni tra i più belli sentieri nell’entroterra della Liguria di Ponente  accompagnato da persone (assessori, studiosi, pubblici dipendenti locali) animati da un amore e da una cura unica per il proprio territorio. Amore e cura che il Touring Club ha premiato assegnando a questi luoghi lo status di Bandiera Arancione. Le Bandiere Arancioni sono una delle attività del TCI che dal 1998 seleziona e certifica come questo marchio di qualità turistico – ambientale i piccoli borghi eccellenti dell’entroterra. La Bandiera arancione,  viene infatti assegnata alle località che non solo godono di un patrimonio storico, culturale e ambientale di pregio, ma sanno offrire al turista un’accoglienza di qualità, ed è uno strumento di valorizzazione del territorio.Ad oggi ci sono 222 borghi con meno di 15000 abitanti certificati bandiere arancione in tutta Italia, di cui una (Etroubles) in Valle d'Aosta.

Il mio viaggio è iniziato raggiungendo in treno la stazione di Ventimiglia da Milano. E già questo è importante: spesso partiamo per i nostri weekend senza neppure pensare se per caso possiamo utilizzare mezzi alternativi alla macchina. Eppure è così bello (e fa così bene alla natura e alla propria salute) abbandonare l’automobile a casa e lasciarsi trasportare alla propria meta! Basta solo impegnarsi un pochino e studiare le possibili coincidenze!

Il vero trekking tra i borghi è partito da Airole 
http://www.bandierearancioni.it/borgo/airole paese dalla storia millenaria con circa 400 abitanti.


La Prima Tratta va da Airole a Dolceacqua Cartina del percorso su http://www.prolocoairole.com/news/i-sentieri/


con Filippo

Prima della partenza mi rifocillo presso la vigna “la Trincea” dove assaggio le specialità locali e bevo un bicchiere di ottimo vino Roccese Riserva. Guida d’eccezione l’assessore al turismo di Airole, Filippo Di Capizzi, un Trail runner che è anche un sottufficiale degli alpini, nonché un finisher della gara più importante di scialpinismo il Mezzalama. Il percorso come potete vedere dalla cartina si sviluppa in parte sull’Alta Via dei Monti Liguri e in parte sulla Via del Sale e sul Sentiero Liguria (il meraviglioso percorso che parte da Lerici e arriva fino a qui cioè quasi al confine con la Francia attraverso 480km immersi nella natura).


da Airole a Dolceacqua

Dopo un primo tratto in salita su un costone dal quale si può ammirare il panorama offerto dalla vallata esposta verso il mare, il percorso si stabilizza e prosegue in discesa, prima su una carrareccia e poi su un bel sentiero tecnico che offre spunti interessanti per testare il mix di velocità e doti di  equilibrio. Interessante una calata nel sotterraneo di un forte fatto saltare l'8 settembre 1943 e di cui rimangono dei ruderi visitabili.  Il luogo offre molti spunti d'avventura, incluso il canyoning e un parco avventura. Arrivo al borgo Dolceacqua, dominato dal castello Doria e mi inoltro nei piccoli carrugi di questo paese così carico di storia e  la cui origine è probabilmente di epoca romana.
Dopo aver sistemato le mie cose in un accogliente B&B ceno presso il ristorante La Viassa.
Il giorno dopo presto sono pronto per affrontare la seconda tratta da Dolceacqua a Perinaldo ma prima di tutto mi concedo un warm-up di 18km sulla nuova ciclabile che unisce Dolceacqua  al mare.



Dalla Piazza del borgo http://www.bandierearancioni.it/borgo/dolceacqua, il percorso punta diritto verso sud alla sinistra orografica del torrente Nervia. Tratti di pista ciclabile nuovissima si alternano a quelli preesistenti. Particolarmente bello un tratto in cui si passa sull’altra sponda del Nervia e la balaustra appena installata è decisamente inclinata verso il torrente con un bellissimo effetto scenografico. Al ponte dopo Camporosso, decido di lasciare la ciclabile e proseguire verso sinistra fino a raggiungere la spiaggia, percorrendo qualche chilometro in più. Alla fine breve tuffo e rientro a Dolceacqua sullo stesso percorso per un totale di 18 km.  

salita da Dolceacqua




Tornato a Dolceacqua vengo preso in consegna da Jamila Chilà (Consigliere con delega turismo e cultura nel Comune di Dolceacqua, che farà da guida fino alla fine del weekend) e visito l’imponente castello dei Doria e, dopo un ricco spuntino presso l'Enoteca Regionale, parto per il trekking verso Perinaldo attraverso un sentiero che partendo dal castello s’inerpica su per la collina. In poco più di un'ora arrivo al Santuario dell'Addolorata e sono gentilmente rifocillato da una famiglia del posto. Mentre I miei compagni di viaggio si concedono una pausa più lunga, io proseguo per poco più di un centinaio di metri di dislivello per poi iniziare una discesa dritta fino alla base della ripida risalita a Perinaldo. http://www.bandierearancioni.it/borgo/perinaldo Qui sono ospite dell'hotel Lariana gestito da una coppia di ragazzi tedeschi trapiantati qui, felicemente lontani dallo stress cittadino.
Piacevole cena al ristorante Au Gaggiano, in compagnia del sindaco Francesco Guglielmi (persona di elevata cultura e capacità di condividere storia e cultura del luogo) prima della stupefacente esperienza all'Osservatorio Astronomico di Perinaldo dedicato al più illustre cittadino del borgo Giovanni Domenico Cassini, un
Astronomo a cui si deve la scoperta dei 4 satelliti di Saturno e la celeberrima meridiana di san Petronio a Bologna, chiamato poi a Parigi dal Re Sole.


vista sud da Perinaldo
















Ultimo giorno nell’entroterra ligure e terza tratta da Perinaldo a Apricale http://www.bandierearancioni.it/borgo/apricale
Il sentiero è una bellissimo susseguirsi di discese e risalite attraversando il fiume che scorre nella valle varcando un millenario ponte in pietra, raffigurato nella foto sotto. La visita ad Apricale inizia in maniera può inquietante visitando la casa del boia (dove narrano le leggende ancora oggi si aggirano inquietanti spiriti), ma viene poi allietata con il tour all’austero Castello della Lucertola che completa la mattinata. Dopo il pranzo a base di specialità liguri nel ristorante da Delio, comincia il viaggio di rientro. 




il ponte prima di Apricale