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mercoledì 4 settembre 2019

Walls Are Meant For Climbing: dopo Monaco e Londra il 13 e 14 settembre arriva a Milano


Max Marta con Simone Moro al Mountain festival 2016
 
È ispirato dalla convinzione che le pareti rappresentino opportunità e
non ostacoli, l’evento di free climbing che The North Face porta a Milano allestendo una parete
di arrampicata urbana unica nel suo genere.

Climbing in Milano

L’evento, parte della campagna Walls Are Meant For Climbing, si rivolge a tutti, con tipologie di
arrampicata adatte sia ai neofiti che ai più esperti della community. L’evento coinvolgerà anche
scuole, gruppi giovanili e associazioni benefiche a partecipare. In particolare, coinvolte due
Onlus: la Fondazione Laureus Italia Onlus e l’associazione Francesco Realmonte Onlus che
avranno dei momenti dedicati. Street food e performance musicali contribuiranno a creare un
vero e proprio festival dell’arrampicata. Ecco una piccola anticipazione di quello che la
community milanese troverà a Climb Milano:
Gli atleti del team The North Face Stefano Ghisolfi e Hervé Barmasse, saranno a
disposizione per offrire consigli e suggerimenti ai climber.
Pensata con un'attenzione particolare alla sostenibilità, la parete da arrampicata, unica nel suo
genere, è realizzata con container riutilizzati e sarà donata a un ente benefico dopo l'evento per
garantire che l'eredità dell'arrampicata rimanga anche dopo la fine dell’evento.

Tina Rolen, VP Marketing, The North Face EMEA ha commentato: Dal 1966, The North Face
ha visto le pareti non come ostacoli, ma come opportunità. Vogliamo rendere l'arrampicata
accessibile a tutti. Ecco perché abbiamo creato l'evento e l'abbiamo reso gratuito. Invitiamo
anche scuole, gruppi giovanili e associazioni di beneficenza a partecipare e sperimentare il
senso di realizzazione che si prova sulla parete. Questa è un'opportunità per la community del
climbing di aprirsi e riunirsi per ispirare gli altri.

Dopo Monaco di Baviera e Londra, Milano sarà l'ultima tappa di un'estate all’insegna
dell’arrampicata che ha portato migliaia di persone ad avvicinarsi a questo sport grazie alla
possibilità, offerta da The North Face, di arrampicare gratuitamente in tutta Europa.
L’Evento è patrocinato dal Comune di Milano, Assessorato alla qualità della vita, sport e
turismo.
Per maggiori informazioni e per registrarsi all’evento, visitare


mercoledì 6 settembre 2017

Full disclosure UTMB-CCC 2017


Partenza
Courmayeur
0 m+
venerdì 09:15
00:00:00
-
-
10.27 km
Tête de la Tronche
1435 m+
venerdì 11:39
02:23:50
802
4.3 km/h
14.53 km
Refuge Bertone
1460 m+
venerdì 12:10
02:55:20
775-27
8.1 km/h
21.94 km
Refuge Bonatti
1759 m+
venerdì 13:22
04:07:01
809+34
6.2 km/h
26.99 km
Arnouvaz
1851 m+
venerdì 14:13
04:57:32
792-17
6 km/h
31.47 km
Grand Col Ferret
2605 m+
venerdì 15:52
06:36:42
899+107
2.7 km/h
41.11 km
La Fouly
2803 m+
venerdì 17:01
venerdì 17:07
07:45:42
910+11
8.4 km/h
55.06 km
Champex Lac
3358 m+
venerdì 19:15
venerdì 19:28
09:59:35
933+23
6.3 km/h
66.41 km
La Giète
4220 m+
venerdì 22:17
13:01:40
917-16
3.7 km/h
71.3 km
Trient
4296 m+
venerdì 23:35
venerdì 23:54
14:19:41
963+46
3.8 km/h
74.58 km
Les Tseppes
4976 m+
sabato 01:15
16:00:26
950-13
2 km/h
82.04 km
Vallorcine
5143 m+
sabato 03:03
sabato 03:13
17:48:31
996+46
4.1 km/h
85.78 km
Col des Montets
5332 m+
sabato 04:14
18:58:56
893-103
3.2 km/h
92.9 km
Flégère
6064 m+
sabato 06:50
21:35:19
1005+112
2.7 km/h
100.01 km
Chamonix Arrivée
6127 m+
sabato 08:00
22:45:22
973-32
6.1 km/h

giovedì 31 agosto 2017

Intervista a Tom Randall (atleta Wild Country) dei Wide Boyz






In occasione dell’edizione 2017 di Rock Master, in programma dal 24 al 27 agosto ad Arco di Trento, Wild Country ha portato con sé un ospite esclusivo: Tom Randall, uno dei climber più forti ed ecclettici del Regno Unito. Tom forma, insieme all’amico Pete Whittaker, il duo Wide Boyz, famoso per la pratica dell'arrampicata a incastro. Tom e Pete non sono solo esperti di queste tecniche, sono dei veri coach: organizzano infatti numerosi tour, per il momento solo nel Regno Unito, per diffondere e insegnare i segreti di questa disciplina. Incastri di mano, di piedi, di braccia, di gambe e di dita per salire una fessura: fatica e dolore, ma anche impegno, dedizione e amore per l’arrampicata.

Personalmente, ho avuto la possibilità di intervistarlo e riporto sotto il risultato:



  1. First, let's warm-up. Could you please tell us briefly using your own words who are you, where are you from and most important how, where and with whom you started climbing?
    TOM: My name is Tom Randall and I'm a 37yr old professional rock climber. I say I'm "professional" but I think the reality is that this is a mixture of both athlete and coach as I really enjoy both of these disciplines. I'm from South Africa originally, but I've lived in the UK for the last 30yrs and have a wife and two children. I started climbing 18yrs ago whilst taking part in a fun competition at school - I did better than I expected, so it seemed fun! 
     
  2. Is your cracking climbing technique invented and develiped by you, or at the beginning were you inpired by someone or by a specific event?
    TOM: I certainly didn't invent crack climbing - as far as I am aware it has been around for at least 100yrs?? It's actually a very old form of traditional climbing and one that has been used for a long time. Where I differ is that I take modern training techniques and sports science knowledge to apply it to an "ancient craft" :-)
     
  3. Which were the first reaction of the traditional  climbing community? Is it now commonly appreciated? Are you feeling a growing curiosity?
    TOM: About 10 yrs ago a lot of people thought that crack climbing was quite unusual and something that only the weird climbers would really be motivated by. My friends thought I was strange in that I wanted to always try more and more hard crack routes, but with time (and me and my climbing partner doing some world-famous hard routes) people started to see that it was something that was cool! These last few years, I can see a lot of momentum behind crack climbing and lots of people ask me questions and want to train more.
  4. How can the crack climbing techniques evolve further?
    TOM: I'm not sure the techniques can evolve any further, but the physical training can improve. It's always a case of working harder, working more constantly and starting at a younger age!
  5. For not yet climbing people at home, how painful is it? Did you have injuries? Do you use protections for your hands?
    TOM: In my opinion it's about as painful as minor tooth ache. It can be a bit annoying in the moment, but once you numb up a little it's all good fun! No.... sorry..... I joke. Seriously, it's actually not that bad once you have good technique. Yes I have got injured but it's often because I didn't stop when I have a little problem. Normally we tape up our hands to protect them.
     
  6. Personally, I feel a higher degree of security with crack climbing. Can you comment on it?
    TOM: I think this comes down to personal experience - I've met many people who would say the exact opposite. You and I feel comfortable on cracks.... others much prefer to face climb. It's all a matter of taste and experience I think?
  7. This year we experienced two extreme events like Alex Honnold Climbing Yosemite's El Capitan solo (i.e. Without a Rope) and Adam Ondra climbing the first 9c ever in Flatanger-Norway. How can these events influence the future of climbing? What’s your feeling?TOM: In my opinion these events are not extreme at all. They simple reflect the margins of current standards and show how the sport is evolving. What is today's "extreme" with be the next decade's "normal" so I try to not get too carried away by it. It's inspiring to see people push hard, work hard, make little differences in the path to achieving their aims and I think we can all do the same in our lives. Much that we like to think we have super heroes, we are all capable if we let ourselves truly commit, with little thought of the sacrifices.


mercoledì 23 agosto 2017

Aspettando la CCC-UTMB 2017 - 5 giorni con le Guide di Chamonix


Primo giorno alla falesia di Servoz


Secondo giorno tecnica su ghiacciaio al Grand Montets



Terzo giorno Arrete des Crochues



Quarto giorno via di misto roccia e ghiaccio. Discesa dall'Arrete de l'Aiguille du Midi e salita a P.te Lachenal. A seguire tecnica di recupero da crepaccio





Quinto giorno salita all'Aiguille de l'Index


E in sintesi.....



mercoledì 19 luglio 2017

Sabato 15 luglio 2017, caffè al Bivacco Gervasutti









Obiettivo raggiunto. Altre 4 persone incontrate tra salita discesa e condivisione di un buon caffè al Bivacco!

Bivacco con equipaggiamento da sogno e tanto di Personal Computer. Purtroppo, non andava il wi-fi. Preparato un buon caffè con la moka e lasciato una busta di minestrone liofilizzato per chi avrebbe passato lì la notte.




lunedì 10 luglio 2017

Sabato 8 luglio: approccio al Bivacco Gervasutti



Piacevole salita in compagnia, interrotta anticipatamente per rischio maltempo








 

Mi sveglio di soprassalto, ho dormito molto ma molto più del previsto e rischio di arrivare tardi all’appuntamento per affrontare la salita a quello che si ritiene essere un esempio di tecnologia applicata alla montagna e di sguardo nel futuro: il Bivacco Gervasutti!

Gli zaini erano pronti, già dal weekend precedente, non per questa ma per quella che avrebbe dovuto essere una salita molto strutturata e sognata da tempo, anche da anni, ma il meteo ha deciso che la salita obiettivo dovrà essere ancora posticipata e contro il meteo non c’è discorso che tenga.






Dal fondo della Val Ferret, esattamente da Lavachey, si sale sparati direzione Gervasutti, beh diciamo che per qualche minuto le chiacchiere hanno preso il sopravvento e, una volta lasciata la strada che sale verso Arpnouva, siamo andati un po’ fuori rotta: cosa non difficile vista la scarsità di persone che transitano su quel percorso che è tutt’altro che marcato, ma non mal segnato.








Sentiero comunque netto con direzione inequivocabile, ma con vari passaggi dalla destra alla sinistra idrografica del torrente che scende dal ghiacciaio del Freboudze. Bellissima corda blu (canapone) installata di recente a creare il primo dei due tratti attrezzati. Si sale in agilità e con elevata sicurezza. Attraversamento di una lingua di ghiaccio che porta dopo lungo “sfasciume” al secondo tratto attrezzato subito prima del Bivacco.

Ma qui il cambio di meteo era ormai imminente e allora abbiamo deciso di tornare a Valle.






domenica 9 luglio 2017

In vista dell' Iditarod 2018 - ITI 130: intervista a Omar Mohamed Alí

Intervista a Omar Mohamed Alì Adventurer Ultra Runner , Outdoor Trainer, CrossFit Coach


E’ fantastico parlare con una persona che non hai mai incontrato prima e scoprire - nel corso della chiacchierata - di condividere le stesse passioni, esperienze, avventure e soprattutto lo stesso approccio verso “le imprese estreme”.  E’ stato proprio questo quello che mi è successo quando ho telefonato ad Omar, ex-professionista delle truppe Alpine con incarichi speciali, Ultra Runner Finisher all’UTMB, alla LUT, al Cro-Magnon nonché titolare di un Box Cross-Fit a Saronno. Mi sono messo in contatto con lui perché avevo letto un bell’articolo in cui raccontava la sua esperienza in Alaska. E così, preso il coraggio a quattro mani, ho cercato il suo contatto e l’ho chiamato.

Grazie ai racconti di un amico, Omar si è appassionato alla Yukon Ultrahttp://www.arcticultra.de/en/ e ha deciso di andare con lui alla versione di 300 miglia e che sono riusciti a completare con successo.  E’ nato così l’amore per il  “deserto bianco”. Quella strana passione per gli spazi infiniti – non importa se sono deserto, oceano o pianura di ghiaccio, dove lo sguardo si perde nell’orizzonte. Per poter attraversare questi luoghi così complessi e difficili è necessaria una preparazione metodica con la massima attenzione ai dettagli. E questo viene più facile se si è da sempre abituati ad affrontare gli eventi della vita con la stessa metodologia e devozione.

Vista la mia prossima partecipazione all’Iditarod Trail Invitational http://iditarodtrailinvitational.com/  ho chiesto ad Omar alcuni consigli e suggerimenti, considerando che lui - oltre ad aver concluso la Yukon - ha anche partecipato al'IditaSporthttps://iditasportalaska.com/ che si sviluppa praticamente sullo stesso tracciato dell’Iditarod. Siamo quindi subito passati a discutere i dettagli delle sue due avventure. E sono questi i dettagli che vorrei condividere, perché ritengo facciano parte del fascino di queste “Outdoor Adventures” che chiamare gare è oltremodo riduttivo.

                                                                                                                                  
La caratteristica di queste avventure nell’estremo nord è che si affrontano trainando una slitta, o pulka, o sled. La slitta contiene tutto il necessario per i giorni in cui si resta “confinati nell’ignoto”. Il peso della slitta oscilla tra i 22 e i 25 chili in relazione alla lunghezza e comprensivo del materiale essenziale alla sopravvivenza. Sulla slitta si carica solitamente un sacco impermeabile agganciato alla slitta stessa con dei moschettoni o con dei tiranti e reti elastiche. All’interno si posiziona: cibo, fornello per sciogliere la neve e scaldare il cibo,  thermos, ciaspole, ramponi, sacco a pelo, sacco da bivacco, materassino isolante e altri oggetti. Ma attenzione: qui non c’è materiale obbligatorio! Volete sopravvivere nel deserto di ghiaccio? Beh non aspettatevi che gli organizzatori vi diano consigli o suggerimenti. Il sito dell’Iditatod lo dice chiaramente: se avete bisogno di indicazioni su come sopravvivere a queste condizioni, allora forse siete nel posto sbagliato: ci sono altre gare più adatte a voi, non questa!

Omar ha usato un sacco da 120 litri agganciato con 4 moschettoni. Io invece alla Rovaniemi 150 https://www.rovaniemi150.com/  avevo un sacco da 80 litri, ma ugualmente ben assicurato con tre elastici colorati con ganci identici a quelli che usava mio papà per il portapacchi sul tetto della sua Fiat 124!! Ma Omar aveva anche una tenda minimalista, ignifuga, da 1,6kg e con due ingressi: uno per posizionarci il fornello stabilizzato da un pianale in legno, l’altro per entrata e uscita…alla mia osservazione di perché non un semplice sacco da bivacco, Omar ha risposto che la tenda dà più un’idea di casa, di rifugio sicuro. Ecco cosa mi piace di lui: cerca anche nelle condizioni più estreme di vivere in un modo autentico.
Come me Omar ha fatto tantissime Ultra Trail. Ma adesso ha deciso di indossare il pettorale solo in rare occasioni e dedicarsi di più all’avventura, alla scoperta. “vedi io adesso preferisco fare un altro tipo di esperienza. Preferisco trovare vie diverse d’accesso alle cime, trovare altri percorsi” mi dice e qui davvero mi riconosco nel suo percorso.


Torno a farmi e a fargli mille domande su questa impresa! Come hai fatto per l’acqua?
E il percorso di queste gare? Spesso non è tracciato, allora anche questo argomento andrà affrontato.
E se si elimina il cambio di abiti: come ci si veste per stare al freddo per due/quattro/dieci giorni?
Si corre o si cammina?
Che scarpe si usano?

Eh sì!! Mi accorgo ce n’è abbastanza per un secondo report.

sabato 1 luglio 2017

Weekend 1 e 2 luglio 2017 – salita alla Testa del Rutor, riuscita al secondo tentativo

Che emozione, arrivare in vetta e essere accolti dalla cordata che ti precede (del CAI di Marostica) con un "complimenti" e con una vigorosa stretta di mano

 


Dopo il tentativo del weekend precedente, quando a causa del brutto tempo si era dovuto deviare (con sempre grande soddisfazione)  dal Rifugio Deffeyes verso la più vicina la Becca Bianca, stavolta vetta Testa del Rutor raggiunta dal versante di Valgrisenche.



Salita di avvicinamento il sabato pomeriggio al Rifugio degli Angeli (Rifugio che destina tutto il ricavato dell’attività ai poveri del Mato Grosso! Bravi, davvero bravi!), gustosa cena e pernotto in camerata fino alla sveglia delle 4:45. Colazione alle 5 e alle 5:30 si esce.


 


A differenza degli altri, non calziamo i ramponi e non ci leghiamo, e procediamo comunque sicuri sul ghiacciaio con l’aiuto dei bastoncini. Siamo più veloci sui tratti di misto, ma prima della salita al Colle facciamo una sosta per indossare i ramponi e lasciamo sfilare le altre cordate. Il gruppo di sei persone che ci precede, lascia cadere un paio di scariche di sassi dalla pietraia in testa al canalino, ma la fortuna è dalla nostra parte.

Guadagnato il Colle, si procede per la lunga ma non esposta cresta fino alla Madonnina sulla Testa del Rutor.

 


Calda accoglienza e discesa veloce e con il sorriso, pausa al Rifugio degli Angeli per togliere caschi, imbraghi e sistemare gli zaini, poi giù lungo il sentiero fino al Land Rover a suo agio nel suo ambiente.

lunedì 26 giugno 2017

Week-end 24/25 giugno: Becca Bianca (3261m) dal Rifugio Deffeyes


Anche se l’obiettivo era la Testa del Rutor, abbiamo chinato la testa alla montagna e al meteo



Sabato 24 salita al Rifugio Deffeyes tra panorami da sogno. Pernotto in comoda camerata, ma da assolutamente evidenziare che dopo un lungo inverno di pernottamenti in Rifugi ospitalissimi, ma senz’acqua, qui la sorpresa, acqua, sapone, tovaglioli per asciugarsi e addirittura (a pagamento 5 euro) possibilità di doccia calda! Target primario era la Testa del Rutor.

Sveglia alle 04:15 di domenica mattina, ma forte pioggia suggerisce di aspettare. Forse già con la colazione alle 04:30 si era molto al limite per la tenuta del ghiacciaio al ritorno dalla testa del Rutor, per cui optiamo per una diversa meta: Becca Bianca a sole 3 ore. Le ore diventeranno poi 4 causa delle nuvole basse e della visibilità limitatissima, che ci hanno permesso di mettere a fuoco gli ultimi metri solo a poca distanza. Cima raggiunta passando dalle roccette, ma con buona visibilità si consiglia di salire e scendere tenendosi sulla parete innevata.


Alternativa validissima e di soddisfazione. Panorami mozzafiato, nonostante la scarsa visibilità delle prime ore della domenica mattina.


Per la Testa del Rutor, ci si riprova a breve. Ma stavolta visto lo stato del ghiacciaio, passando dal rifugio degli Angeli.

Domenica 18 giugno: Aiguille du Midi da Punta Helbronner (andata e ritorno)



 

Salita in funivia Sky Way a Punta Helbronner con obiettivo Aiguille du Midi.




Caldo intenso, crepacci aperti, sembrava agosto inoltrato. Neanche troppe cordate in zona.

Prima di iniziare a salire dopo aver lasciato sulla destra il Gros Rognon, assistiamo anche ad un intervento del Soccorso alpino per recuperare un rocciatore infortunato ad una mano: solite operazioni veloci, sincronizzate, speriamo di non averne mai bisogno ma questo ragazzi ci sanno fare.


Rifugio Cosmique lasciato alla sinistra, anche qui in molti accampati in tenda prima dell’attacco per il Bianco, si prosegue in salita verso l’Aiguille du Midi, ma il traffico qua davvero intenso sia in andata che in ritorno, e in contemporanea, e la neve che molla, fanno optare per rinunciare all’abbinata Aréte e ovetti per il ritorno e si torna a piedi.


Al ritorno il termometro del Suunto arriva a segnare 35 gradi!