Questo blog è stato creato nel 2016 per raccontare le mie avventure all’aria aperta che sono state tante: 7 IronMan, Norseman, Mont BLANC 4810m Summit con e senza sci, UTMB, LUT, Rovaniemi 150e300, Iditarod ITI130e350, Sellaronda MTBeSki, EpicSkiTour, MarathonDesSables. Ma in questo blog c’è molto altro: descrizioni di trail e scialpinistiche, interviste ad atleti e suggerimenti per vivere al meglio le vostre…outdoor adventures. Spero vi piaccia, Max IG @maxmarta64
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sabato 3 ottobre 2020
martedì 17 marzo 2020
Da evento più estremo e meno partecipato a unica gara in corso al mondo
Questa è l'Iditarod Trail Invitational ITI2020, in Alaska, nella distanza delle 1000 miglia fino a Nome.
AGGIORNAMENTO del 17 marzo
Partiti il 1 marzo alle ore 14:00 da Knik Lake-Anchorage e con 30 giorni di tempo limite, i concorrenti delle 1000 miglia ancora sul tracciato sono 12.
Tra questi 2 on FOOT, un americano e un austriaco, 1 nella specialità SKI, un norvegese, 9 con le Fat BIKE, tra cui una donna, l'ultima in gara.
Tra i bikers segnaliamo la presenza di due italiani: Willy Mulonia e Roberto Gazzoli. i rimanenti 7 sono 2 finlandesi, 2 dalla Nuova Zelanda, 3 dagli States, tra cui la fortissima Jill Martindale, e 1 dall'Alaska (considerati a parte) l'ultimo tra tutte le specialità.
Nell'ordine, al momento (martedì mattina in Italia) sono i seguenti i Check Point raggiunti
UNALAKLEET, miglia 694,8
Casey Fagequist
Jill Martindale
Petr Ineman
oltre KALTAG, al miglio 630,6 e al miglio 597,8
Jussi Karjalainen (vincitore nel 2019 della Rovaniemi 300)
Toni Lund
a NULATO, miglio 597,8
Graham Muir
George Adams
Willy Mulonia
Roberto Gazzoli
verso NULATO, al miglio 537,3
Beat Jagerlehner (già Senatore Tor des Giants e iscritto al Tor des Glaciers 2020), FOOT
a GALENA, miglio 532,7
Asbjorn Skjoth, SKI
verso RUBY, al miglio 443,6
Klaus Schweinberger, dall'Austria
ulteriori dettagli su www.trackleaders.com
giovedì 12 marzo 2020
L'uomo che cercava la meraviglia - ultima parte
La mia avventura all'Iditarod Trail Invitational (ITI) ITI350 Alaska 2020
PARTE SECONDA
(ndr ad oggi 11 marzo, sono 30 i Finisher a McGrath, 29 i ritirati o DNF e 17 gli attivi ancora sul percorso)
Skwentna è il check Point più strutturato e anche nel bel mezzo della notte c'è sempre qualcuno pronto ad accogliere i partecipanti all'ITI, siano essi proiettati verso il traguardo di McGrath delle 350 miglia, siano quelli il cui obiettivo è proseguire verso Nome lungo il tragitto di 1000 miglia.
Le ultime miglia per arrivare al check point si percorrono attraverso un bosco. e questo è un toccasana, perchè in mezzo al bosco il gelo in qualche modo si placa. Quel gelo che ci ha accompagnato per oltre 100km esposti al vento tagliente che soffia implacabile su fiumi e laghi con raffiche di 100/80km/h.
Grazie a quel passaggio nel bosco, si entra a Skwentna ben meno sconvolti che altrove.
Riposo più lungo del solito, ma si viaggia in orario e si discerne sulla differenza tra gara e avventura. Fanno una gara quelli che vogliono che il tutto duri il meno possibile, partecipano ad una avventura quelli che vogliono godersi ogni istante dei dieci giorni previsti come tempo massimo per raggiungere McGrath.
Mark, il concorrente incontrato la notte prima é li. Mi racconta che neanche lui era riuscito a passare, ma che un cacciatore, visto il ripetersi della scena, lo aveva raggiunto con la moto slitta ed invitato a ripararsi nella sua cabin.
Mark, il concorrente incontrato la notte prima é li. Mi racconta che neanche lui era riuscito a passare, ma che un cacciatore, visto il ripetersi della scena, lo aveva raggiunto con la moto slitta ed invitato a ripararsi nella sua cabin.
Alle prime luci dell'alba, bene o male tutti assieme a pochi minuti di distanza ci si rimette in cammino. Il prossimo checkpoint è Finger Lake al miglio 130. Ci sono 40 miglia da percorrere. Queste 40 sono divise in due segmenti, il primo da Skwentna a Shell Lake di circa 20 e il secondo da Shell Lake al Winterlake Lodge che si affaccia su Finger Lake. Il miglio 130 era per me il punto d'arrivo della ITI130 conclusa con successo nel 2018. So cosa mi aspetta.
Io e l'amico Klaus partiamo di buon passo, ma veniamo presto sorpassati dalle Fat Bike che si avvantaggiano della solida base ghiacciata della mattina, non affondano e viaggiano spedite. Tra questi i tre italiani, Roberto Gazzoli e i fratelli Willy e Tiziano Mulonia. Ad un certo punto dalla distanza vedo un punto nero che torna verso di noi, più si avvicina e più la figura in movimento è nitida. Sarà qualcuno che si è dimenticato chissà cosa al Check Point e torna a prenderlo, penso. Ma poi no, non si tratta di un biker, ma di un'alce (moose) che punta verso di noi al galoppo!!! Ci lanciamo subito nella neve alta lasciando il sentiero in quel punto tracciato e veloce. Aspettiamo pazienti, l'alce si ferma e poi sparisce nel bosco. Sarà questo il primo di una serie di incontri e scontri tra le alci e i concorrenti che caratterizzeranno la giornata e i dintorni di Shell Lake. E ovviamente aumentano il senso di insicurezza. Per chi non lo sapesse le alci sono estremamente pericolose perchè sono immense (un maschio può pesare anche 700kg) e non hanno affatto paura degli uomini tanto da aggredirli spesso soprattutto se hanno fame.
| Klaus & Max |
Fuori da Shell Lake Si entra nell'infinita swamp o palude ghiacciata e battuta dal vento. Il vento ha cancellato ogni traccia di chi ci aveva preceduto nel corso della notte e la neve qui è alta. Indossiamo le ciaspole e siamo noi stavolta a passare i bikers intenti a spingere.
Dopo quattro miglia si torna in un bosco con i suoi piacevoli (almeno per me non tanto per gli altri) saliscendi che aiutano a mantenersi caldi.
Due cacciatori su una grossa e rumorosa motoslitta si avvicinano preoccupati e ci avvertono: "fate attenzione, nel bosco ci sono molte alci e sono "hungry and angry" affamate e arrabbiate, vi attaccheranno. Fate attenzione". Con tutta la cautela che ci consentivano l'energia rimanente e l'adrenalina crescente, proseguiamo il nostro cammino. Ma per fortuna niente alci questa volta!
Usciti dal bosco e arrivati a Shell Lake, incontriamo presso il rifugio altri concorrenti che invece se l'erano vista brutta con i moose. Parlavano di aggressioni, di lunghi periodi di attesa (fino a due ore!) passati nella neve alta o aggrappati agli alberi, mostravano i danni e si preoccupavano di altri concorrenti non ancora arrivati fin li. I danni più evidenti li riportavano tre Fat Bikes, una era stata calpestata e aveva i raggi di una ruota rotti, un'altra aveva il disco del freno anteriore spezzato, una terza una borraccia in metallo con stampato e nitido lo zoccolo di un calcio di un'alce. Ovviamente, non ci si può fermare e aspettare un meccanico che non arriverebbe e le riparazioni andavano fatte comunque. Le miglia da percorrere erano ancora tante. Sono stanco, mancano Circa 40km al prossimo check point, bisognerà andare per gran parte della notte, sappiamo già che poi non ci si potrà riposare tanto e bisognerà ripartire alla svelta verso il prossimo check point: Puntilla Lake. Visto che la luce del giorno va dalle 8 alle 18, ci prepariamo con le frontali, un lungo respiro e ci si rimette in cammino. Le temperature scendono vertiginosamente, già dalla mattina avevo avuto difficoltà con l'apertura dei thermos che avvicinandosi ai -40° non ne vogliono sapere di aprirsi. Mezzanotte. da ore il vento ci bersaglia. Il termometro sulla slitta di Klaus che nel corso della giornata si era attestato sui -40celsius, ora tocca i -45° per poi proseguire la sua discesa inesorabile fino a mostrare i -50°. Sempre vigile, i pensieri vanno a quello che sta facendo il mio corpo: sta drenando liquidi da mani e piedi e sta tutelando il cuore e i polmoni. Sempre vigile, so che devo bere di più, ma prendere quel maledetto thermos che mi sta distruggendo le costole comporta uno sforzo enorme. Rimpiango non avere un Camel Back. Sempre vigile, non mi fermo, continuo ad andare. Sempre vigile, agguanto due scaldamani chimici che avevo nelle tasche del giaccone antivento Thenorthface, li apro, li metto nelle muffole Himalaiane e ripongo le cartacce in una tasca per non sporcare.
Sempre vigile, ma non ce la faccio più. Sempre vigile, penso che non ho mai chiamato il Soccorso Alpino, certo che peró stavolta, se ci fossero stati i soccorsi, certo che se il cellulare avesse avuto copertura, certo che se le distanze potessero percorrersi in ore e non in giorni, ma chissà se. Sempre vigile, dico a Klaus io basta, io mollo il colpo io mi organizzo un bivacco. Klaus mi dice che sono pazzo, che siamo su un fiume, che siamo in una galleria del vento, che non si bivacca di notte, che non si bivacca a -50°! Si va avanti. Sempre vigile, gli dico lo so, ma Good luck my Austrian friend io mollo il colpo, I hope to meet you somewhere, we will for sure meet somewhere. Sempre vigile, mi avvicino alla sponda, la neve è ancora più alta. Dalla slitta di Klaus spunta miracolosamente una pala!!! Io avevo giurato a me stesso, mai più in Alaska senza pala! Ma non l'avevo presa. Ci scaviamo quanto possiamo una buca. Tiriamo fuori sacchi a pelo, materassino isolante e sacchi da bivacco. Usiamo le slitte e il loro riflettenti per ripararci dal vento e per segnalare la nostra presenza. Saltiamo vestiti nei sacchi a pelo. Beviamo.
Apriamo altri scaldamani e li posiziono anche nelle scarpe, che grazie al BOA potevo slacciare anche con le mani ridotte a uncini. Trovo la forza di mandare un messaggio preimpostato con il Garmin InReach "rest in/out", che nessuno si preoccupi, sempre vigile, chiudo gli occhi.
| Finger Lake check point |
Usciti dal bosco e arrivati a Shell Lake, incontriamo presso il rifugio altri concorrenti che invece se l'erano vista brutta con i moose. Parlavano di aggressioni, di lunghi periodi di attesa (fino a due ore!) passati nella neve alta o aggrappati agli alberi, mostravano i danni e si preoccupavano di altri concorrenti non ancora arrivati fin li. I danni più evidenti li riportavano tre Fat Bikes, una era stata calpestata e aveva i raggi di una ruota rotti, un'altra aveva il disco del freno anteriore spezzato, una terza una borraccia in metallo con stampato e nitido lo zoccolo di un calcio di un'alce. Ovviamente, non ci si può fermare e aspettare un meccanico che non arriverebbe e le riparazioni andavano fatte comunque. Le miglia da percorrere erano ancora tante. Sono stanco, mancano Circa 40km al prossimo check point, bisognerà andare per gran parte della notte, sappiamo già che poi non ci si potrà riposare tanto e bisognerà ripartire alla svelta verso il prossimo check point: Puntilla Lake. Visto che la luce del giorno va dalle 8 alle 18, ci prepariamo con le frontali, un lungo respiro e ci si rimette in cammino. Le temperature scendono vertiginosamente, già dalla mattina avevo avuto difficoltà con l'apertura dei thermos che avvicinandosi ai -40° non ne vogliono sapere di aprirsi. Mezzanotte. da ore il vento ci bersaglia. Il termometro sulla slitta di Klaus che nel corso della giornata si era attestato sui -40celsius, ora tocca i -45° per poi proseguire la sua discesa inesorabile fino a mostrare i -50°. Sempre vigile, i pensieri vanno a quello che sta facendo il mio corpo: sta drenando liquidi da mani e piedi e sta tutelando il cuore e i polmoni. Sempre vigile, so che devo bere di più, ma prendere quel maledetto thermos che mi sta distruggendo le costole comporta uno sforzo enorme. Rimpiango non avere un Camel Back. Sempre vigile, non mi fermo, continuo ad andare. Sempre vigile, agguanto due scaldamani chimici che avevo nelle tasche del giaccone antivento Thenorthface, li apro, li metto nelle muffole Himalaiane e ripongo le cartacce in una tasca per non sporcare.
| In ginocchio |
Sempre vigile, ma non ce la faccio più. Sempre vigile, penso che non ho mai chiamato il Soccorso Alpino, certo che peró stavolta, se ci fossero stati i soccorsi, certo che se il cellulare avesse avuto copertura, certo che se le distanze potessero percorrersi in ore e non in giorni, ma chissà se. Sempre vigile, dico a Klaus io basta, io mollo il colpo io mi organizzo un bivacco. Klaus mi dice che sono pazzo, che siamo su un fiume, che siamo in una galleria del vento, che non si bivacca di notte, che non si bivacca a -50°! Si va avanti. Sempre vigile, gli dico lo so, ma Good luck my Austrian friend io mollo il colpo, I hope to meet you somewhere, we will for sure meet somewhere. Sempre vigile, mi avvicino alla sponda, la neve è ancora più alta. Dalla slitta di Klaus spunta miracolosamente una pala!!! Io avevo giurato a me stesso, mai più in Alaska senza pala! Ma non l'avevo presa. Ci scaviamo quanto possiamo una buca. Tiriamo fuori sacchi a pelo, materassino isolante e sacchi da bivacco. Usiamo le slitte e il loro riflettenti per ripararci dal vento e per segnalare la nostra presenza. Saltiamo vestiti nei sacchi a pelo. Beviamo.
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| Il bivacco |
Apriamo altri scaldamani e li posiziono anche nelle scarpe, che grazie al BOA potevo slacciare anche con le mani ridotte a uncini. Trovo la forza di mandare un messaggio preimpostato con il Garmin InReach "rest in/out", che nessuno si preoccupi, sempre vigile, chiudo gli occhi.
Mi sveglio. Non avrei mai potuto dire quanto avevo dormito ma ho controllato ieri dalla traccia che erano passate due ore. Quando ci si sveglia da un bivacco il freddo che si prova in entrata nel sacco a pelo non è nulla, assolutamente nulla rispetto a quello in uscita.
Passa Donald, un concorrente della 1000 ci guarda, una battuta e prosegue.
Sempre vigile, apro il thermos che avevo nella giacca ma era vuoto. Sempre vigile, esco al vento e con precisione e velocità rimetto tutto nella sacca sulla slitta. Riposiziono le ciaspole sulla sacca, riaggancio tutti gli elastici. Klaus fa altrettanto. Trovo il modo di dedicare tempo ad un sorriso, un'alce era passata a trovarci e ci aveva lasciato la sua cacca a testimonianza...
Le miglia rimanenti per Finger Lake sono un supplizio, lunghe pause poggiato sui bastoncini, colpi di sonno e risvegli con la faccia nella neve.
Dopo ore spuntano i cartelli che conoscevo, quelli rossi di due anni fa, "Attention Planes Landing" è la pista d'atterraggio sul ghiaccio di Finger Lake.
Entriamo nella Cabin, finalmente al riparo. Ma sono svuotato. Mi dicono che da 4 giorni nessun aereo riesce ad atterrare causa meteo.
Mi addormento.
Una mano mi scuote e mi dice: "Abbiamo la conferma via radio, alle 12 atterra e riparte per Anchorage un aereo, vuoi un posto?".
Taken!
Sul volo di ritorno il secondo passeggero, James un giovane ragazzone di Anchorage grande, grosso e barbuto, scuote la testa e ripete "mai visto nulla del genere, mai visto nulla del genere".
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mercoledì 11 marzo 2020
L'uomo che cercava la meraviglia
La mia avventura all'Iditarod Trail Invitational (ITI) ITI350 Alaska 2020
PARTE PRIMA
PROLOGO
Io decido per un equipaggiamento standard, testato già nelle precedenti tre Ultra Winter Arctic Race.
Winterlake Lodge affacciato su Finger Lake-Alaska: il race director Kyle Duran mi incrocia arrivando sulla sua moto slitta o Skidoo come la chiamano qui, mentre mi avvio verso la landing strip (pista d'atterraggio) ghiacciata da dove decollerà il piccolo aereo ad elica che mi riporterà poi alla fine dell'avventura ad Anchorage alla civiltà. Mi faccio da parte per permettergli di passare sul trail, come è obbligatorio fare, ma lui si ferma, scende e mi abbraccia dicendomi: "Max you are part of the ITI family".
Mi porto la mano destra al cuore e gli dico "Grazie per aver usato queste parole".
L'AVVENTURA
L'avventura era iniziata pochi giorni prima, l'ultimo giovedì di febbraio, con un lunghissimo volo Milano-Monaco-Detroit-Anchorage da 24 ore e 10 fusi orari.
Mi preleva in un clima ghiacciato lo shuttle bus dell'albergo. stordito dalle ore di viaggio. Cena leggera e subito a letto, una notte insonne lunghissima che non finisce mai. sarà la prima di tre nottate insonni e tre giorni di pessima alimentazione che mi catapultano sulla linea di partenza a Knik Lake.
Nel mezzo, ultimi acquisti da REI (un iconico mega store dedicato all'Outdoor), borsone disfatto e rifatto due volte, foto di rito a tutto il materiale, brevi scambi di opinioni con altri partecipanti alla fine dei quali ognuno resta della sua idea.
Nel mezzo, ultimi acquisti da REI (un iconico mega store dedicato all'Outdoor), borsone disfatto e rifatto due volte, foto di rito a tutto il materiale, brevi scambi di opinioni con altri partecipanti alla fine dei quali ognuno resta della sua idea.
Tanto fondo zaino, inutile se non nelle emergenze, thermos - ben quattro di dimensioni diverse per un totale di 3 litri - per l'idratazione: il bere sempre cose calde mi aveva dato un forte boost gli ultimi due anni. Alimentazione rivista con puntiglio e che funzionerà alla perfezione. Totale di 28 chili, come i due anni precedenti. La grossa alternativa avrebbe potuto essere l'uso del camel back al posto dei thermos, ma l'idea di avere dell'acqua vicina al corpo in una sacca che avrebbe potuto rompersi o anche solo avere delle perdite magari mentre dormivo in un sacco a pelo a -40° non mi piaceva per nulla, si tiene sotto vari strati di giacche che possono anche arrivare a tre nei momenti di freddo vicino e oltre i -40°. Ma non è questo che avevo testato e certo non volevo improvvisare.
La domenica mattina si allineano i 76 partecipanti sul punto d'incontro dal quale due bus porteranno noi e i voluminosi nostri equipaggiamenti al punto di partenza di Knik Lake.
I 76 atleti si dividono in14 donne e 62 uomini. le donne 9 in Bici e 5 a Piedi. gli uomini 35 in bici, 22 a piedi 3 5 con gli sci.52 atleti sulla 350 miglia fino a McGrath e ben 24 sulla 1000 miglia verso Nome.
(ndr ad oggi 9 marzo, sono 17 i Finisher a McGrath, 26 i ritirati o DNF e 33 gli attivi ancora sul percorso: il Winner sulla 350miglia Foot, alla quale prendevo parte è Gavan Henningam, mio amico e training partner a Courmayeur!).
Alla partenza Gavan si gira e mi esorta ad andare via insieme, come durante gli allenamenti, scuoto la testa, essendo arrivato in Alaska da due settimane ha dormito molto più di me e ha una slitta ben più leggera. no Way, imposto un passo controllato.
Prime 25 ore già durissime danno un'idea di quello che si affronterà poi, freddo, forti nevicate, vento. Ma nulla mi impedisce di tirare diritto fino al primo check Point di Yentna Station al miglio 60 (qualche chilometro più di 90). non c'ero riuscito nel 2018, quando avevo fatto una pausa a metà tragitto, ma quest'anno la preparazione è stata ben più di fino. Trovo a Yentna ben pochi concorrenti, ma Gavan è già ripartito proseguendo la sua galoppata. Come previsto mangio e dormo e allo scadere delle 4 ore programmate sono fuori nel buio e aggancio la slitta all'imbrago. Scendo sul fiume Yentna e mi dirigo verso Skwentna al miglio 90, ne devo percorrere 30. Buio, freddo, vento, non una buona visibilità. dopo sole 2,5 miglia la situazione peggiora, vento e neve aumentano, il termometro scende la visibilità peggiora. Non riesco a proseguire e decido di bivaccare, ma il palesarsi di due grandi moose (alci) mi fa prendere la saggia decisione di tornare a Yentna. so che saranno ore buttate al vento, ma prima la sicurezza. Mentre rientro incrocio Mark, un concorrente inglese, gli spiego la situazione e lui decide di andare a vedere. Incontro che avrà un seguito il giorno successivo.
A Yentna mi sdraio in una cabina di legno, prima calda come una sauna, poi gelida non appena salta la stufa e la porta viene lasciata aperta. sopravvivo fino all'alba, pensando che forse sarei stato meglio sul letto del fiume, e riparto.
Al via sono con Klaus un concorrente austriaco della 1000miglia che avevo conosciuto nel 2018. un piacevolissimo compagno di passeggiata, anche se molto solitario e ci facciamo compagnia a cinquanta metri di distanza evitando le chiacchiere.
Al miglio 77 facciamo una pausa di rito in un posto mitico sul percorso dell'Iditarod e che purtroppo non ero riuscito ad individuare nel 2018. Il video allegato rende bene l'idea della cabina e dell'ospitalità. Ci viene offerto un caldo piatto di fagioli-chili e una tazza di caffè bollente!
ovviamente si parla dei sempre presenti due soliti argomenti in Alaska: delle amputazioni dovute a congelamenti e delle moose's (alci) che ogni anno uccidono più persone che gli orsi. In particolare quest'anno le moose's sono ben più "hungry and angry" a causa della tanta neve che gli rende difficili gli spostamenti e i trovare cibo.
Mancano solo 13 miglia a Skwentna Roadhouse e di buona lena ci si incammina. a 4 miglia da Skwentna il famoso bivio e la scelta tra passare a destra o a sinistra. chi mi ha seguito due anni fa, sa bene che passando a destra si rischia di perdere il bivio e tirarla lunga verso il nulla.
Ma lascio la scelta al caso, Klaus è avanti e vedo che va verso destra. Mi viene da ridere. Va tutto per il meglio, troviamo il bivio che taglia per il bosco e ci facciamo le ultime miglia con una sensazione di caldo data dall'assenza di vento per merito dello scudo fatto dagli alberi.
------PROSEGUE-------
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mercoledì 12 febbraio 2020
Pubblicato su Runner's World: CORSA ESTREMA LA NUOVA SFIDA DI MAX MARTA ALLA MICIDIALE IDITAROD
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| Trackleaders attivato a breve |
Oggi, a firma Rosario Palazzolo, è stato pubblicato su Runner's World l'articolo che potete trovare al link sotto:
https://www.runnersworld.it/corsa-estrema-nuova-sfida-max-marta-running-avventura-alaska-iditarod-9051
Buona lettura
Max
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Anchorage, Alaska, Stati Uniti
mercoledì 8 gennaio 2020
Iditarod Trail Invitational ITI350 in 2020 - Alaska
Penso che questo video dia una buona idea della mia avventura in Alaska a marzo.
Purtroppo o per fortuna io a piedi starò fuori più giorni che in bici.
Tra le righe anche risposte a domande che mi vengono fatte.
Buona visione
Purtroppo o per fortuna io a piedi starò fuori più giorni che in bici.
Tra le righe anche risposte a domande che mi vengono fatte.
Buona visione
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Anchorage, Alaska, Stati Uniti
martedì 28 agosto 2018
Da Rovaniemi all'Iditarod, gli Ultra Trail Artici - Courmayeur - Maserati Lounge - 16 agosto 2018, ore 21:15
Piacevolissima serata a Courmayeur con tante persone intervenute alla presentazione. Il video integrale può essere rivisto sul sito Facebook di Courmayeur al link riportato qui
Su YouTube, al link riportato qui, è invece visibile l'introduzione fatta dal giornalista, direttore dell'Ansa in Valle d'Aosta, Enrico Marcoz.
mercoledì 21 marzo 2018
Radio Deejay - Training Center del 18 marzo 2018 con Linus e Stefano Baldini
Emozionante! La medaglia d'oro Olimpica in Maratona ad Atene 2004, Stefano Baldini, e Linus intervistano Max Marta sull'Iditarrod Trail Invitational appena conclusa.
Ecco il link al file audio: audio intervista
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lunedì 11 dicembre 2017
My road to Iditarod: - 75 giorni alla partenza: addomesticare il rinoceronte impazzito
Prepararsi per un Artic Winter Race è un lavoro immane. Accanto alla preparazione fisica infatti bisogna studiare ogni singolo dettaglio relativo al vestiario, all'alimentazione, all'equipaggiamento (sono 3 liste diverse e integrate) e a tutto ciò che ci servirà in quei giorni e notti di totale e assoluta solitudine in mezzo alla selvaggia Alaska. Ecco il vero problema è proprio questo: chiedersi ogni giorno cos'è fondamentale mettere in quell'enorme borsa che mi accompagnerà per gli oltre 200km nel gelo dell'inverno polare? Anzi: la domanda così è mal posta. Perché il vero problema è decidere che cosa lasciare a casa. Perché quel borsone deve sì contenere l'essenziale, ma non deve essere troppo pesante perché sarebbe impossibile trascinarselo dietro per tutti quei chilometri.E allora tutti i giorni - più volte al giorno - mi chiedo: cosa metto, cosa tolgo? Un detto inglese recita "alla fine si finisce sempre di mettere nello zaino le nostre paure". E di paure nell'affrontare il gelo più assoluto ce ne sono moltissime. Paura del freddo tridimensionale (si calcola su tre assi: temperatura, ore continuate di esposizione e notti insonni), paura di non avere abbastanza cibo, paura di non riuscire ad accendere il fornelletto per sciogliere la neve e riuscire così ad avere acqua, paura di non riuscire ad evitare eventuali "overflow" (acqua che sale sopra la superficie ghiacciata e che, coperta da uno strato di neve, crea delle trappole mortali)… In quella slitta che trascinerò per oltre 200km c'è tutta la mia vita e la voglia di riempirla all'inverosimile è tanta.Secondo i miei attuali calcoli il borsone nella slitta peserà tra i 20 e i 25 chili, Ma memore delle tre "golden rules" della Marathon des Sables, ovvero 1. Viaggia leggero, 2. Viaggia leggero e 3.
Viaggia leggero cercherò di rimanere vicino ai 20 chili. Chi ha letto il mio resoconto sulla Rovaniemi 150 si ricorda che in quella gara in Lapponia ho lottato per 150km con la slitta che si ribaltava continuamente, causandomi grande dolore e un immensa fatica derivata dagli sforzi per riportarla in posizione. Ecco perché proprio in base all'esperienza dell'anno scorso, questa volta ho deciso di dedicare una gran parte dell'allenamento ad "addomesticare il rinoceronte impazzito" ovvero a cercare di far diventare la slitta una parte di me.
Le attività da domatore sono state:
1. Posizionamento dell'equipaggiamento nel borsone. Inizialmente sembra tutto ovvio, le cose più pesanti devono essere posizionate in basso per ottimizzare il baricentro ed evitare che la slitta "scuffi", le cose più pesanti dietro per evitare che la "prua" della slitta si infili nella neve, ma poi questo deve conciliare con avere a portata di mano e quindi vicino all'apertura cose che devono essere prontamente disponibili: guanti pesanti, giacca ulteriore, sovrascarpe, ciaspole, fornelletto, telefono…a voi la scelta in base alle paure soggettive.
3. Metodologia per riguadagnare l'assetto. Per capire questo va spiegato che la slitta con sopra il borsone è trainata grazie a due funi di nylon che scorrono dentro due tubi di pvc di circa due metri ciascuno. Alle estremità delle funi ci sono quattro moschettoni, due fissati alla prua della slitta (vedi foto) e due fissati ad un imbrago indossato (formato da una cintura con due bretelle). Questo significa che se la slitta "scuffia", bisogna sganciarsi l'imbrago, sfilarsi le bretelle, adagiare i traini a terra, girarci attorno, arrivare alla slitta, rimetterla in posizione, tornare davanti, re-indossare l'imbrago. Detto così non sembra poi difficile vero? Ma provatelo a fare senza levarvi mai le muffole da spedizione che viste le temperature dell'inverno in Alaska non potete assolutamente mai levarvi. E poi provate a farlo per decine di volte consecutivamente… perché purtroppo potrebbe succedere proprio così in gara (e in effetti è quello che mi è successo alla Rovaniemi 150 quando a causa della presenza di radici e altri ostacoli ho dovuto fare questa operazione per molte volte!
Insomma avete capito che domare il rinoceronte impazzito non è facile e che forse in realtà non ci riuscirò mai a domarlo del tutto. Ma spero almeno di poterlo in qualche modo controllare, pensando che beh certo!
È buono il consiglio che mi ha dato Fernanda Maciel (atleta TNF) quando mi ha detto "mi raccomando parti più leggero che puoi!" Ma forse lei non stava andando in Alaska in inverno...
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domenica 26 novembre 2017
Il countdown continua: 85 giorni alla partenza per l'Iditarod
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| Durante un training in Val Ferret |
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| Predisposizione della slitta da allenamento |
Come vi ho già raccontato in un precedente articolo il 20 febbraio parto per l'Alaska per partecipare all'Iditarod Trail Invitational (ITI 130 miglia).
In poche parole l'Iditarod è una gara che attraversa l'Alaska. In origine si poteva fare solo con slitte trainate da cani. Ma da alcuni anni è stata introdotta la modalità "human powered", cioè a piedi o in Fatbike.
Le gare di questo tipo sono definite Winter Artic Races e hanno come caratteristica principale quelle di essere fatte in totale autonomia. Ovvero non si riceve assistenza di alcun genere.
Avete presente quei favolosi e accoglienti ristori che si trovano nei trail nostrani dove si trova ogni tipo di golosità e spesso anche pasti caldi?
Beh! dimenticateli: lì non ci sono!! Lì - a dire il vero - c'è solo freddo e natura selvaggia.
Vuoi bere qualcosa di caldo dopo aver corso per chilometri in mezzo alla neve? Non devi far altro che cercare di far funzionare un acciarino per accendere un fornelletto traballante senza mai levarti i guanti pesanti, pena l'amputazione delle dita! E se questo ti sembra troppo complicato e decidi di bere solo acqua fredda? Beh devi fare la stessa cosa! Perché visto che tutto si congela in poco tempo l'unico modo di avere dell'acqua e far funzionare quell'indiavolato fornellino di cui sopra per sciogliere la neve! E vi assicuro che cercare di accendere il fornello con le muffole, stando accovacciati sulle gambe dopo decine/centinaia di chilometri i (quindi a rischio/certezza di crampi) è tutt'altro che banale!
Vuoi dormire? Ti metti il sacco a pelo sul ghiaccio a meno 30 e stai là: sogni d'oro!
Vuoi mangiare qualcosa di caldo? Beh dai, qui sei fortunato perché in tutto il percorso di oltre 200km ci sono due piccoli lodge (uno oltre il 95°km l'altro oltre il 145Km) che dietro lauto compenso potrebbero darti qualcosa da mangiare se li avvisi prima!
Direte voi, ma almeno come in tutte i trail di oltre 100km ad un certo punto ci sarà una base-vita dove potersi cambiare! No, niente del genere! Ok!! ma la meno all'arrivo vi offriranno un luculliano pasta party? E sì anche questo è interessante! Che cosa attende all'arrivo i runners che hanno corso per oltre 210km nella tundra gelata dell'Alaska? Un posto caldo pronto ad accoglierti? Ma no! Tutto quello che hai è una tenda riscaldata dove aspettare un piccolo aereo che – condizioni meteo permettendo – prima o poi arriverà e ti riporterà indietro ad Anchorage!
Ah dimenticavo! Sapete perché dico sempre che il percorso è di oltre 210km? Perché non il percorso non è mica segnato! Se sei fortunato e non nevica puoi seguire le orme di chi è davanti a te. E se nevica? Vabbè per adesso non ci voglio pensare!
Quindi per affrontare questa gara ci si deve portare dietro tutto l'essenziale. Il che significa che - oltre a correre - si deve trainare una slitta. Facile, direte voi! Beh certo facile per un paio d'ore. Facile se la slitta non avesse un carico di minimo 20 chili! Facile se non si ribaltasse ad ogni minimo dislivello o anche solo ad ogni buca! Ecco allora che il grande lavoro di preparazione riguarda anche che cosa metterci dentro per cercare di ridurre al massimo il peso. Ma come si va a ridurre il peso di fronte all'ipotesi di passare quattro notti in mezzo al selvaggio Alaska, in pieno inverno, a temperature che possono andare oltre i -40??? Beh ve lo confesso questo ancora non lo so! Quello su cui mi sto concentrando ora è abituare il mio corpo a trainare la slitta trainando alternativamente un copertone o una slitta vera e propria quando sono in montagna. (vedi foto)
Per non dilungarmi evito la descrizione del materiale, anche se questa potrebbe essere la parte più divertente. Ma a questo proposito vi citerò che cosa c'è scritto nel sito della gara in merito al materiale obbligatorio: "se avete bisogno di qualcuno che vi dica di che cosa avrete bisogno quando sarete in mezzo al nulla di pieno inverno in Alaska, beh! allora state andando nel posto sbagliato".
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giovedì 16 novembre 2017
100 giorni alla partenza dell’Iditarod
Il 20 febbraio vado in Alaska per partecipare all'Iditarod Trail Invitational (ITI 130). Detta così sembra un classico ultra-trail. Ma ad analizzarla bene la faccenda non è poi così semplice. Primo perché 130 sono la distanza da percorrere in miglia (vale a dire quasi 210km). Poi perché si corre in totale autonomia nell'immensa e selvaggia natura dell'Alaska.E infine perché si gareggia in pieno inverno quando le giornate durano poche ore e le temperature possono raggiungere facilmente i -40.
ITI130 fa parte di quel particolare circuito di gare "extreme" che va sotto il nome di Arctic Winter Races: ovvero ultra-trail estremi che si svolgono in pieno inverno in zone dell'Artico o del Polo, dove le temperature sono tra le più basse del pianeta. Nel caso dell'Iditarod, si parte da Anchorage, la città più grande dell'Alaska e prosegue in direzione di Nome, cittadina che si trova a 1000 miglia di distanza e che si affaccia sullo Stretto di Bering.
Per essere ammessi a questa gara bisogna essersi guadagnati sul campo un Curriculum "estremo". Io – ad esempio – sono riuscito ad accedere solo dopo aver fatto la Rovaniemi 150 (link) in Lapponia (Finlandia) nel febbraio 2017. A sua volta per poter accedere alla Rovaniemi avevo dovuto presentare un CV sportivo dove risultavo finisher in gare come UTMB, Marathon des Sable, Diagonal des Fous e altre. A dire il vero, sono ben 10 anni che mi preparo a questa gara. Ho conservato una mail che il mio amico FrankofOld mi inviò nel 2007 in cui mi spiegava cosa bisognava fare per essere ammessi all'Iditarod.
Ma ricordi personali a parte, torniamo al presente dell'Iditarod. Chi decide di partecipare all'Iditarod e più in generale alle Artic Winter Races può gareggiare:
1.) a piedi (trainando una slitta con tutto il necessario alla sopravvivenza)
2.) in bici, per essere più precisi con una Fat-Bike, ovvero una bici specifica per neve e ghiaccio, oppure
3.) con gli sci.
Ma si deve dichiarare alla partenza come s'intende gareggiare e non è possibile cambiare durante il percorso. E la scelta – vi assicuro – non è affatto facile perché ognuna di queste tre possibilità ha i suoi vantaggi e svantaggi a seconda delle condizioni meteo (quantità di neve, presenza di ghiaccio, vento) e a seconda del tipo di percorso (dislivello, presenza di fiumi, laghi).
Anche le distanze nell'Iditarod sono diverse:
a.) la gara più breve è quella da 130 miglia e rappresenta il primo passo per potersi iscrivere alle distanze successive;
b.) La gara media 350 miglia
c.) E infine la versione originale, la mitica 1000 miglia. Questa è la versione ha ispirato film e racconti, avendo origina da un fatto di cronaca risalente al 1925, quando a seguito di un epidemia di difterite scoppiata nella città di Nome, un gruppo di volontari partì da Anchorage con le tradizionali slitte trainate dai cani per potere il vaccino necessario. Un'impresa mitica che è rimasta tra le gesta più famose della storia degli Stati Uniti.
Le distanze sono ovviamente puramente indicative perché a differenza dei nostri Trail (sempre balissati e segnati), qui il percorso non è tracciato in alcun modo.
Esiste un punto di Partenza e un punto di Arrivo. E tra questi ci sono dei Check Points intermedi dove bisogna registrare il proprio passaggio. Ma per il resto il percorso viene dettato dalla bussola e dalle condizioni del terreno. E visto che spesso si devono percorrere immensi laghi ghiacciati, vi lascio immaginare quanto può cambiare il tracciato nel caso in cui il giaccio dovesse in qualche modo non essere abbastanza solido…
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giovedì 9 novembre 2017
#NeverStopMilano: Training con Fernanda Maciel, atleta The North Face
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La prima volta che ho incontrato Fernanda Maciel http://www.fernandamaciel.es/ , ultra-trailer brasiliana del team The North Face https://www.thenorthface.it/exploration/athletes/fernanda-maciel.html , è stato nel 2015 a Cortina a poche ore dalla partenza della Lavaredo Ultra Trail https://www.ultratrail.it . In quella occasione mi trovai davanti un’atleta super-concentrata, posata e di poche parole. Che, malgrado la tensione pre-gara, mi concesse una bella intervista http://actionmagazine.it/fernanda-maciel-io-mi-alleno-cosi/ e preziosi consigli per me che – come lei – partivo per la stessa gara.
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Quando mi hanno detto che Fernanda sarebbe venuta in Italia in questi giorni, ho chiesto subito di poterla incontrare. Perché in questi anni si è confermata atleta di grande valore che ha continuato a macinare risultati straordinari nei trail: 1° Ultra Trail del Monte Fuji (2016) 3° Marathon des Sable (2016) 3° Lavaredo Ultra Trail (2015 e 2016) solo per citarne alcuni. Ma soprattutto perché è riuscita anche a spaziare oltre il trail e ha stabilire record incredibili come il record di salita e discesa dal Kilimangiaro in 10 ore e 6 minuti (quasi 3 ore in meno del precedente primato) e il record femminile di ascensione e discesa all’Aconagua in 22ore e 52minuti.
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La Fernanda Maciel che mi trovo davanti questa sera a Milano non è solo un atleta fortissima, ben consapevole del suo valore. E’ anche una donna dal sorriso dolce che con premura e generosità risponde alle domande e prodiga consigli.
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> Fernanda dall’ultima volta che ci siamo visti alla LUT non ti sei mai fermata stabilendo record incredibili e raggiungendo dei risultati eccezionali. Qual è tra gli ultimi tuoi successi quello a cui tieni di più?
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Mi piace molto correre i trail. Anzi, diciamo che ne ho bisogno perché è grazie ai trail che riesco ad allenarmi molto duramente. Ma i record sull’Aconagua e il Kilimangiaro sono stati davvero speciali! Sono state imprese stimolanti perché mi hanno costretto a spingermi completamente fuori dalla mia comfort zone
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Nella tua carriera di ultrarunner hai partecipato alle gare più famose come Diagonale des Fous, Marathon des Sables e LUT: quale preferisci?
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Onestamente tutte le gare del Ultra Trail World Tour sono interessanti perché sono lunghe e bellissime. Ho fatto per due volte la Marathon Des Sable, ma mi trovo molto più a mio agio in montagna. E se devo dire proprio qual è la mia preferita direi sicuramente l’UTMB http://utmbmontblanc.com/it/ . Amo l’atmosfera che si respira in montagna, molto di più che il deserto perché in montagna ci si imbatte in paesaggi meravigliosi. E’ vero però che si riesce ad ammirarli meglio facendo una semplice trekking o un arrampicata piuttosto che in gara!
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Sai già quali sono i tuoi obiettivi per il 2018?
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Ah certo che mi sono già posta gli obiettivi per l’anno prossimo! Tra questi ci sono a Febbraio la Transgrancanaria http://www.transgrancanaria.net/en/ poi a Maggio il campionato del mondo di Penyagolosa http://penyagolosatrails.com e logicamente UTMB. Ma quest’anno non farò nessuna impresa in alta montagna tipo Aconcagua e Kilimangiaro perché devo ancora recuperare dopo questi due record. L’anno prossimo mi concentrerò sulle performance in gare di ultra-trail.
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Fernanda tu hai fatto delle imprese straordinarie nell’Ultra trail e in ambienti estremi, posso chiederti un paio di consigli per noi trail runners e in particolare per me che a Febbraio farò l’Iditarod http://iditarodtrailinvitational.com/ ?
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Dio mio! Non ho mai fatto niente di simile all’Iditarod in vita mia – dice ridendo. Ma sulla base delle mie esperienze in ambienti estremi posso dirti di usare dell’ottimo materiale e di viaggiare leggero evitando di sovraccaricare il tuo bagaglio. Quando ho corso il Cammino di Santiago (900km circa in 10 giorni) mi sono portata dietro solo uno zaino di 2 chili e quando ho fatto la Marathon Des Sables avevo uno zaino di 7 chili. Ma soprattutto – come ultimo consiglio – cerca di rimanere sempre caldo e ben coperto.
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Ci salutiamo e ci diamo appuntamento per il giorno dopo quando lei allenerà la community di Never Stop Milan https://it-it.facebook.com/NeverStopMilano/ gruppo che s’incontra tutti i martedì e in casi eccezionali come questo il giovedì. Conoscendo Fernanda so che quello sarà un allenamento molto molto tosto.
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