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venerdì 3 dicembre 2021

Lo sport nel rapporto con i figli


Ho sempre pensato che lo sport fosse un fantastico mezzo per instaurare prima e per migliorare poi la comunicazione con i miei tre figli.

Abbiamo tutti e quattro in comune la passione per lo sci, ma poi le strade divergono in base alle inclinazioni di ciascuno di loro. Inclinazioni che, nell'ambito delle mie potenzialità, ho sempre voluto assecondare e che mi hanno lasciato ricordi indelebili. Con il più giovane, il "matematico", ricordo un Campus estivo di triathlon con il team ProPatria. Lui era all'epoca così piccolo, ma già con il suo bel tesseramento alla Fitrl (federazione italiana triatlon). Ricordo come se fosse ieri, quando attraversò la sala mensa e arrivato al tavolo dove mangiavamo noi allenatori, poggiò le mani sul mio braccio e mi disse: " papà tu sei il mio allenatore preferito!". Non aggiungo altro per l'enorme emozione che provo ancora oggi.

Con il secondo, lo "psicologo", ho passato interi giorni a bordo campo a guardare i suoi allenamenti di Rugby con l'ASR. Ricordo che erano giornate talmente fredde, a volte, che le mie avventure in Alaska sono fortemente ridimensionate. Ricordo poi la gioia delle trasferte in Italia e all'estero con la sua squadra e la vittoria al Trofeo Topolino Under 9.

Il più grande, il "banker", è più uno sportivo tutto tondo. Già Tedoforo alle Olimpiadi Invernali di Torino 2006, lui è runner, sciatore, ciclista e negli ultimi anni velista esperto.

Con lui ho vissuto l'esperienza unica per un genitore di partire accanto a lui, gomito a gomito, in un Campionato Italiano di Triathlon (sebbene in squadre diverse).  

Noi due ogni anno non ci facciamo mancare una sciata lungo la Vallee Blanche del Monte Bianco solo noi fino a Chamonix.

Questi pensieri su sport e il rapporto unico che lo sport instaura tra padri e figli,  nascono grazie agli amici della Garmin.

Sono loro che, in un certo senso, mi hanno obbligato a queste riflessioni con il loro invito alla cerimonia di premiazione dei Garmin Beat Yesterday Awards.

Loro usano definire i Beat Yesterday come la realizzazione di persone comuni che si mettono in gioco per assaporare l'essenza della vita attraverso l proprie passioni e i propri sogni.

Beat Yesterday non è essere più bravi o più forti di altri ma avere la volontà di scoprire chi si vuole essere veramente.

Il 2 dicembre a Milano sono state premiate 5 storie, 5 persone e le loro 5 sfide: Enrica e la sua UTMB, Wolfango e la sua pedalata fund-raising fino in Serbia, Domitilla neo-mamma e il suo Rally di motociclismo in Sardegna, Marco che con la sua barca di 9 metri ha veleggiato attraverso il Mediterraneo e infine, per la sezione OUTDOOR, Roberto Carnevali e Manu, papà e figlio che ho avuto la possibilità di conoscere da vicino e di trovare tante belle similitudini nei rapporti padre-figlio.

Prima della loro premiazione ci siamo fatti una bella chiacchierata a 4 seduti ad un tavolino dello Spazio Gessi a Milano. In 4 perché si è aggiunto un simpatico motociclista amante delle lunghe avventure in solitaria con la sua Enduro, una persona molto affabile e a suo agio nel clima disteso e simpatico che si era venuto a creare e che ci ha anche raccontato del suo viaggio da solo in moto in Islanda…..ops ho scoperto tardi che si trattava di Matteo Viviani, giornalista delle Iene, e che sarebbe stato poi tra i premiati sul palco. Ma a fine serata ho potuto scusarmi di non averlo riconosciuto (io non guardo per scelta la televisione da anni).


La storia di Roberto Carnevali è davvero emblematica e dovrebbe essere presa ad esempio da chi vuole instaurare un bel rapporto di comprensione e fiducia reciproca con i propri figli.

Roberto è un appassionato di montagna e ama i lunghi trekking in solitaria. Vivendo a Modena è un frequentatore assiduo del Monte Cimone e del Monte Cusna.

La sua grande sfida è stata quella di cercare di costruire un rapporto con suo figlio Manu affetto da un disturbo dello spettro autistico. Questa sua ricerca ha avuto come ambientazione la montagna e l'outdoor dove ha provato a condividere le sue passioni e le sua gioie - fino ad allora gestite ed assaporate individualmente - con suo figlio.

L'impresa sembrava davvero difficile ma il primo segnale è arrivato quando dalla cima di una montagna Manu ha osservato "papà guarda che bel panorama!".

Da lì è stato un susseguirsi di gite e di gioie a beneficio di un rapporto sempre più forte e di una comunicazione tra i due sempre più intima. Bellissimo quanto sottolineato da Matteo la Iena anche dal palco: chiedendo a Manu se avesse capito il motivo perché il papà lo volesse portare in montagna, Manu ha risposto "perché papà mi volesse portare non lo capivo all'inizio e non lo capisco ancora oggi, ma se lo dice papà è sicuramente una cosa bella"

Dalle parole di Roberto: "Quella di portare Manu in montagna è stato un tentativo, una follia, una prova empirica, un provare a vedere se in questo ambiente a me affine e che amavo molto, dove lui faceva fatica e che lo portava fuori dalla sua zona di confort, poteva nascere qualcosa. In effetti in questo ambiente che ci chiedeva tanto ci siamo trovati, ci siamo avvicinati e abbiamo ora un forte legame e una forte comunicazione".

Ora il prossimo step sarà veramente arduo, Matteo ha lanciato l'idea di un trekking tutti insieme e ci porterà a dormire in tenda in montagna!

Stay tuned!

venerdì 23 luglio 2021

Valgrisenche "slow" estate/inverno


Le montagne sono un luogo prezioso, ma fragile. Vanno percorse con rispetto, scoperte con lentezza e spesso con una buona dose di fatica. 
Non sono luoghi facili, anzi sono spesso impervie e pericolose. Necessitano preparazione, attenzione e studio.  In montagna, prima di ogni gita, bisogna studiare il sentiero, controllare il meteo (soprattutto ora che i cambiamenti climatici lo stanno rendendo così imprevedibile) e valutare la giusta attrezzatura e  abbigliamento. Insomma le montagne (così come il mare e tutti i luoghi naturali) richiedono tutto il nostro rispetto e la nostra concentrazione. 
Non sono posti su cui riversare i nostri egoismi, i nostri stress individuali, le nostre nevrosi. 
 
Dico questo perché negli ultimi anni le montagne sono tornate ad essere un luogo di grande affluenza turistica. 
E purtroppo si vedono molte persone approcciare le nostre vallate con l'atteggiamento arrogante tipico delle città: 
si vedono così macchine parcheggiate ovunque, persone che al posto di prestare attenzione ai sentieri stanno al telefono e via andare di questo passo. 
 
Purtroppo molti amministratori locali, rincorrendo facili guadagni, fanno ben poco per cercare di sostenere un tipo di turismo "lento" e sostenibile, ma avallano progetti bizzarri per trasformare antichi rifugi in discoteche ad alta quota o peggio propongono costruzioni di nuovi impianti e seggiovie 
per offrire ai turisti di massa "montagne senza nessuno sforzo". 
 

E' per questo che trovo doveroso segnalare quelle realtà che cercano di trovare delle nuove soluzioni per offrire un tipo di  esperienza in montagna sostenibile. 
Tra queste realtà c'è sicuramente la Proloco di Valgrisenche che per questa estate sta promuovendo il progetto #iosonovalgrisenche 
una specie di caccia al tesoro alla scoperta dei sentieri di Valgrisenche. 
 
Nel sito della proloco sono stati infatti evidenziati circa 15 sentieri che vanno dalla più semplice delle passeggiate attraverso facili sentieri alla scoperta di meravigliosi laghi e rifugi, a itinerari impegnativi dedicati agli alpinisti esperti che percorrono vie ferrate e passaggi attrezzati che richiedono esperienza e adeguato equipaggiamento. I turisti sono invitati  a percorrere questi sentieri al cui arrivo è stata posta una targhetta e farsi un selfie e postarlo sui social. Alla fine della stagione tutti coloro che hanno partecipato all'iniziativa saranno invitati ad una festa con premi a sorteggio (per chi conosce la valle sa che i premi sono sempre davvero belli!). 
 

L'idea è in pratica la versione estiva del SkiAlpXperience ideato da Matteo Alberti che, assieme alla pro loco, alcuni sponsor privati e un gruppo di appassionati scialpinisti, l'inverno scorso per cercare di incrementare lo skialp ha segnalato 6 tra i più classici itinerari di scialpinismo della zona posizionando alla meta del percorso una targa e invitando gli scialpinisti a farsi un selfie. Idea divertente per esplorare una delle area più interessanti dell'arco alpino nonché sede di una delle più prestigiose gare internazionali di scialpinismo il Tour du Rutor  
 
Scialpinismo, camminate, trekking, scalate sono tutti modi che permettono davvero di vivere completamente la montagna: i suoi colori, i suoi profumi. Nelle traversate tra le valli ci si può davvero rigenerare profondamente a patto di lasciarsi alle spalle lo stress metropolitano e le tecnologie non necessarie. Sarebbe bello che nell'approcciare la montagna le persone pensassero a come poterle lasciare quanto più intatte ad esempio usando la macchina il meno possibile o per nulla optando per mezzi di trasporto pubblici esplorando il territorio con gli occhi e il cuore, lontano dal turismo di massa e godendo in modo più lento e genuino delle nostre meravigliose montagne. There's no Planet B ricordiamocelo anche quando siamo in vacanza per piacere! 

giovedì 16 novembre 2017

100 giorni alla partenza dell’Iditarod



 


Il 20 febbraio vado in Alaska per partecipare all'Iditarod Trail Invitational (ITI 130). Detta così sembra un classico ultra-trail. Ma ad analizzarla bene la faccenda non è poi così semplice. Primo perché 130 sono la distanza da percorrere in miglia (vale a dire quasi 210km). Poi perché si corre in totale autonomia nell'immensa e selvaggia natura dell'Alaska.E infine perché si gareggia in pieno inverno quando le giornate durano poche ore e le temperature possono raggiungere facilmente i -40.  


ITI130 fa parte di quel particolare circuito di gare "extreme" che va sotto il nome di Arctic Winter Races: ovvero ultra-trail estremi che si svolgono in pieno inverno in zone dell'Artico o del Polo, dove le temperature sono tra le più basse del pianeta. Nel caso dell'Iditarod, si parte da Anchorage, la città più grande dell'Alaska  e prosegue in direzione di Nome, cittadina che si trova a 1000 miglia di distanza e che si affaccia sullo Stretto di Bering.


Per essere ammessi a questa gara bisogna essersi guadagnati sul campo un Curriculum "estremo". Io – ad esempio – sono riuscito ad accedere solo dopo aver fatto la Rovaniemi 150 (link) in Lapponia (Finlandia) nel febbraio 2017. A sua volta per poter accedere alla Rovaniemi avevo dovuto presentare un CV sportivo dove risultavo finisher in gare come UTMB, Marathon des Sable, Diagonal des Fous e altre. A dire il vero, sono ben 10 anni che mi preparo a questa gara. Ho conservato una mail che il mio amico FrankofOld mi inviò nel 2007 in cui mi spiegava cosa bisognava fare per essere ammessi all'Iditarod.

Ma ricordi personali a parte, torniamo al presente dell'Iditarod. Chi decide di partecipare all'Iditarod e più in generale alle Artic Winter Races può gareggiare:

1.)    a piedi (trainando una slitta con tutto il necessario alla sopravvivenza)

2.)    in bici, per essere più precisi con una Fat-Bike, ovvero una bici specifica per neve e ghiaccio, oppure

3.)    con gli sci.
 

Ma si deve dichiarare alla partenza come s'intende gareggiare e non è possibile cambiare durante il percorso. E la scelta – vi assicuro – non è affatto facile perché ognuna di queste tre possibilità ha i suoi vantaggi e svantaggi a seconda delle condizioni meteo (quantità di neve, presenza di ghiaccio, vento) e a seconda del tipo di percorso (dislivello, presenza di fiumi, laghi).


Anche le distanze nell'Iditarod sono diverse:
a.)    la gara più breve è quella da 130 miglia e rappresenta il primo passo per potersi iscrivere alle distanze successive;
b.)    La gara media 350 miglia
c.)    E infine la versione originale, la mitica 1000 miglia. Questa è la versione ha ispirato film e racconti, avendo origina da un fatto di cronaca risalente al 1925, quando a seguito di un epidemia di difterite scoppiata nella città di Nome, un gruppo di volontari partì da Anchorage con le tradizionali slitte trainate dai cani per potere il vaccino necessario. Un'impresa mitica che è rimasta tra le gesta più famose della storia degli Stati Uniti.


Le distanze sono ovviamente puramente indicative perché a differenza dei nostri Trail (sempre balissati e segnati), qui il percorso non è tracciato in alcun modo.
Esiste un punto di Partenza e un punto di Arrivo. E tra questi ci sono dei Check Points intermedi dove bisogna registrare il proprio passaggio. Ma per il resto il percorso viene dettato dalla bussola e dalle condizioni del terreno. E visto che spesso si devono percorrere immensi laghi ghiacciati, vi lascio immaginare quanto può cambiare il tracciato nel caso in cui il giaccio dovesse in qualche modo non essere abbastanza solido…


domenica 3 settembre 2017

UTMB - CCC 2017. SFATATA LA MALEDIZIONE DELL'ANNO DISPARI


 




Sull’edizione 2017 del UTMB oramai sapete tutto. Mai un evento di trail running ha avuto una copertura mediatica così estesa e capillare. Mai nessun trail è stato così seguito e commentato sui siti web, social media etc.

E d’altronde non poteva essere altrimenti visto il parterre di campioni che Madame Poletti e il suo team sono riusciti a schierare al via. E di sicuro questa 15° edizione dell'UTMB rimarrà come una pietra miliare nei libri di storia del trail running grazie anche alla spettacolare battaglia tra Kilian Jornet Burgada e Francois D’Haene. Ma come dimenticare la bellissima vittoria di Pica Nurias, il terzo posto dell’americano Tim Tollefson e tutti gli altri podi? Tant’è che mi sento un po’ in imbarazzo a raccontare com’è andata la mia CCC (101km e 6100m di dislivello da Courmayeur-ITA a Champex-SVI a Chamonix-FRA) a confronto di tutti questi “titani” del trail running.

Ma d’altronde una delle cose belle del trail running è  che - così come per la maratona -  dietro quei 20/30 mostri sacri dalle prestazioni incredibili c’è un mondo di persone nomali che mentre Francois D’Haene tagliava il traguardo erano ancora al confine tra l’Italia e la Svizzera 70/60km di distanza da Chamonix!  E UTMB, oltre ad essere il vero ed unico campionato del mondo di Trail, è anche questa folla di gente "comune" che passa anni ad attendere l’estrazione per poter correre sui sentieri meravigliosi che si snodano attorno a Sua Maestà il Monte Bianco.

Io è dal 2008 che corro le varie gare di UTMB e quest'anno ero alla mia 9° edizione. Eppure anche questa volta sulla linea di partenza ero emozionato quasi come la prima volta. Stessa emozione e stessa gioia che mi ha accompagnato lungo tutto il percorso anche se in pratica lo conosco a memoria (tanto da fermarmi a Plan de L'Eau a salutare il cane San Bernardo che ha la sua cuccia lì). Eppure vi confesso che questa gara ogni anno riesce a trasmettermi emozioni uniche che nessun altro trail riesce a darmi! Sarà perché – come dicevo prima – il percorso è unico e spettacolare. Ma anche perché solo qui si ha quella sensazione unica di partecipare al più internazionale, al più sofferto, al più atteso, al più combattuto trail al mondo.

Quest'anno avevo poi una questione personale da risolvere con UTMB. Mi spiego dal 2008  sono stato Finisher tutti gli anni pari (cioè 2008-10-12-14-16) ma mai in un anno dispari!!!! Ben poca cosa direte voi, ma bisogna sempre trovare un buon motivo per convincere il cervello a centrare l'obiettivo! Per cui quest’anno per me l’obiettivo era: portare a casa la Sesta Smanicata (cioè giacca che viene consegnata a Finisher UTMB), ma la prima in un anno dispari!! E così è stato.

La CCC come dice lo stesso nome parte da Courmayer e ha un sistema di partenza che prevede le griglie che partono a 15 minuti di distanza. Io sono partito in seconda griglia dietro Elite. E conoscendo bene il percorso sono partito spedito sui sentieri "di casa' che passano prima per Courmayeur poi salgono verso all'Ermitage per andare verso la prima delle sei grandi salite fino a  Tête de la tranche. Da lì percoso in stile “mangia e bevi” fatto in accelerazione fino al Rifugio Bertone e in questo tratto ho iniziato a passare la coda del gruppo Elite. Stavo andando troppo veloce io o erano loro che andavano piano? Mah nel dubbio ho tenuto il mio ritmo per tutta la meravigliosa 'balconata" che va dal rifugio Bertone fino al rifugio Bonatti.

Qui una piccola pausa e poi veloce verso Arnouva, da dove, traversato il ponticello, parte la seconda impegnativa salita che porta al Gran Col Ferret. Nonostante gli organizzatori avessero previsto freddo, molto freddo, io in vista della mia prossima avventura in Alaska per l’Iditarod 2018 sono partito in smanicata. Perché non si può pensare di affrontare i -30° se ci si spaventa dei  -6/7°. Ma sì sa, la Gran Col Ferret il vento è davvero gelido e visto anche che è iniziato a piovere ho indossato un’altra smanicata impermeabile (quella di “Finisher LUT 2015” per gli intenditori).

Salita al Gran Col Ferret non agevolissima, ma compensata da una bella discesa fino al punto critico della gara: La Fouly, dove tanti, compreso Jim Walmsley (il top Runner che guidava l’UTMB davanti a D’Haene e Kilian fino a quel punto) iniziano a soffrire la fatica

e in molti pensano al ritiro. Lì mi aspetta una bella sorpresa: tra la folla salta fuori inaspettatamente un’amica della Community “Never Stop London” che mi incita a e mi scatta foto.

 

Dopo La Fouly trovo un passaggio obbligato su un tratto di bitume, mal gradito dalle scarpe da trail, ma per fortuna si rientra quasi subito sul percorso usuale che porta alla base della terza salita, quella verso Champex Lac. Piccolo errore di stima della mia velocità ed esco senza lampada frontale, ma da li a poco cala il buio e mi obbliga ad una sosta tecnica non prevista. La frontale, un sofisticatissimo modello programmabile con una APP dallo SmartPhone, si rivela meno Smart del previsto in gara e la luce è ben più fioca di quella di una lampada tradizionale.

 

Dalla salita verso Champex il percorso diventa a causa della pioggia battente un fiume d'acqua e di fango che nasconde sassi e radici e che obbliga i concorrenti (coloro che possono e vogliono) a vari cambi di scarpe. Io no, tiro dritto con le stesse dalla partenza all'arrivo, ma non per masochismo, bensì perché quelle da me scelte hanno avuto una performance eccezionale in termini di grip, comfort e performance generali.

 

Arrivo nella notte a Trient - l’ultima città svizzera del percorso - in modalità “pilota automatico” passando anche la quarta salita (e 4000m di D+ son fatti).  Percorro sempre nel buio della notte la salita di Bovine e arrivo a Vallorcine, punto in cui i runners capiscono che ormai l’arrivo è vicino! Anche qui “sereno” rispondo ancora una volta a chi mi chiede come mi sento. Mangio l’ultimo gel e parto, da qui lo scorso anno ero riuscito a fare fantastica progressione, ma ora il percorso è stato cambiato per evitare Tete au Vent dove come il dice il nome stesso sta soffiando un fortissimo vento. Peccato perché da lì si gode una vista del Monte Bianco veramente unica per la sua bellezza.

Nel percorso alternativo ci si infila in un sentiero non particolarmente bello pieno di sali scendi che pare abbia davvero con l’unico scopo di mantenere inalterati distanza e dislivello. Anche la salita verso La Flegere avviene tramite un percorso che nulla ha di comparabile alla bellezza dell’originale. Lo scorso anno la webcam mi aveva inquadrato che entravo ballando in quest’ultimo check-point, mentre quest’anno mi ha ripreso scocciato per questa percorso alternativo per niente bello. Ma si sa la sicurezza dei partecipanti è sempre al primo posto per gli organizzatori di UTMB per cui ingoio il rospo e mi butto a capofitto verso Chamonix.

L’arrivo, il mio sesto arrivo, è magico come sempre. Anzi no, di più! Non sono nemmeno le 8.00 del mattino ma le strade di Chamonix sono già stracolme di persone che fanno un tifo indiavolato. Campanacci, trombette, urla e mille mani che battono ritmicamente sui cartelloni degli sponsor che sono stati messi sulle transenne che delimitano il precorso verso l’arrivo, rendono questo momento magico. Corro tra ali di folla: so bene che sono lì ad aspettare i campioni dell’UTMB che sono previsti qui a Chamonix attorno all’una del pomeriggio. Ma la cosa magica di questa gara è che il pubblico è già lì pronto a tifare allo stesso modo le stelle del trail e le persone normali come me.

Ps: per chi non lo sapesse all’arrivo dell’UTMB c’è una birra ad attendere tutti i trailers… ma quest’anno la marca era diversa dal solito. Chissà cosa significa?

 
 



mercoledì 19 luglio 2017

Sabato 15 luglio 2017, caffè al Bivacco Gervasutti









Obiettivo raggiunto. Altre 4 persone incontrate tra salita discesa e condivisione di un buon caffè al Bivacco!

Bivacco con equipaggiamento da sogno e tanto di Personal Computer. Purtroppo, non andava il wi-fi. Preparato un buon caffè con la moka e lasciato una busta di minestrone liofilizzato per chi avrebbe passato lì la notte.




lunedì 10 luglio 2017

Sabato 8 luglio: approccio al Bivacco Gervasutti



Piacevole salita in compagnia, interrotta anticipatamente per rischio maltempo








 

Mi sveglio di soprassalto, ho dormito molto ma molto più del previsto e rischio di arrivare tardi all’appuntamento per affrontare la salita a quello che si ritiene essere un esempio di tecnologia applicata alla montagna e di sguardo nel futuro: il Bivacco Gervasutti!

Gli zaini erano pronti, già dal weekend precedente, non per questa ma per quella che avrebbe dovuto essere una salita molto strutturata e sognata da tempo, anche da anni, ma il meteo ha deciso che la salita obiettivo dovrà essere ancora posticipata e contro il meteo non c’è discorso che tenga.






Dal fondo della Val Ferret, esattamente da Lavachey, si sale sparati direzione Gervasutti, beh diciamo che per qualche minuto le chiacchiere hanno preso il sopravvento e, una volta lasciata la strada che sale verso Arpnouva, siamo andati un po’ fuori rotta: cosa non difficile vista la scarsità di persone che transitano su quel percorso che è tutt’altro che marcato, ma non mal segnato.








Sentiero comunque netto con direzione inequivocabile, ma con vari passaggi dalla destra alla sinistra idrografica del torrente che scende dal ghiacciaio del Freboudze. Bellissima corda blu (canapone) installata di recente a creare il primo dei due tratti attrezzati. Si sale in agilità e con elevata sicurezza. Attraversamento di una lingua di ghiaccio che porta dopo lungo “sfasciume” al secondo tratto attrezzato subito prima del Bivacco.

Ma qui il cambio di meteo era ormai imminente e allora abbiamo deciso di tornare a Valle.






domenica 9 luglio 2017

In vista dell' Iditarod 2018 - ITI 130: intervista a Omar Mohamed Alí

Intervista a Omar Mohamed Alì Adventurer Ultra Runner , Outdoor Trainer, CrossFit Coach


E’ fantastico parlare con una persona che non hai mai incontrato prima e scoprire - nel corso della chiacchierata - di condividere le stesse passioni, esperienze, avventure e soprattutto lo stesso approccio verso “le imprese estreme”.  E’ stato proprio questo quello che mi è successo quando ho telefonato ad Omar, ex-professionista delle truppe Alpine con incarichi speciali, Ultra Runner Finisher all’UTMB, alla LUT, al Cro-Magnon nonché titolare di un Box Cross-Fit a Saronno. Mi sono messo in contatto con lui perché avevo letto un bell’articolo in cui raccontava la sua esperienza in Alaska. E così, preso il coraggio a quattro mani, ho cercato il suo contatto e l’ho chiamato.

Grazie ai racconti di un amico, Omar si è appassionato alla Yukon Ultrahttp://www.arcticultra.de/en/ e ha deciso di andare con lui alla versione di 300 miglia e che sono riusciti a completare con successo.  E’ nato così l’amore per il  “deserto bianco”. Quella strana passione per gli spazi infiniti – non importa se sono deserto, oceano o pianura di ghiaccio, dove lo sguardo si perde nell’orizzonte. Per poter attraversare questi luoghi così complessi e difficili è necessaria una preparazione metodica con la massima attenzione ai dettagli. E questo viene più facile se si è da sempre abituati ad affrontare gli eventi della vita con la stessa metodologia e devozione.

Vista la mia prossima partecipazione all’Iditarod Trail Invitational http://iditarodtrailinvitational.com/  ho chiesto ad Omar alcuni consigli e suggerimenti, considerando che lui - oltre ad aver concluso la Yukon - ha anche partecipato al'IditaSporthttps://iditasportalaska.com/ che si sviluppa praticamente sullo stesso tracciato dell’Iditarod. Siamo quindi subito passati a discutere i dettagli delle sue due avventure. E sono questi i dettagli che vorrei condividere, perché ritengo facciano parte del fascino di queste “Outdoor Adventures” che chiamare gare è oltremodo riduttivo.

                                                                                                                                  
La caratteristica di queste avventure nell’estremo nord è che si affrontano trainando una slitta, o pulka, o sled. La slitta contiene tutto il necessario per i giorni in cui si resta “confinati nell’ignoto”. Il peso della slitta oscilla tra i 22 e i 25 chili in relazione alla lunghezza e comprensivo del materiale essenziale alla sopravvivenza. Sulla slitta si carica solitamente un sacco impermeabile agganciato alla slitta stessa con dei moschettoni o con dei tiranti e reti elastiche. All’interno si posiziona: cibo, fornello per sciogliere la neve e scaldare il cibo,  thermos, ciaspole, ramponi, sacco a pelo, sacco da bivacco, materassino isolante e altri oggetti. Ma attenzione: qui non c’è materiale obbligatorio! Volete sopravvivere nel deserto di ghiaccio? Beh non aspettatevi che gli organizzatori vi diano consigli o suggerimenti. Il sito dell’Iditatod lo dice chiaramente: se avete bisogno di indicazioni su come sopravvivere a queste condizioni, allora forse siete nel posto sbagliato: ci sono altre gare più adatte a voi, non questa!

Omar ha usato un sacco da 120 litri agganciato con 4 moschettoni. Io invece alla Rovaniemi 150 https://www.rovaniemi150.com/  avevo un sacco da 80 litri, ma ugualmente ben assicurato con tre elastici colorati con ganci identici a quelli che usava mio papà per il portapacchi sul tetto della sua Fiat 124!! Ma Omar aveva anche una tenda minimalista, ignifuga, da 1,6kg e con due ingressi: uno per posizionarci il fornello stabilizzato da un pianale in legno, l’altro per entrata e uscita…alla mia osservazione di perché non un semplice sacco da bivacco, Omar ha risposto che la tenda dà più un’idea di casa, di rifugio sicuro. Ecco cosa mi piace di lui: cerca anche nelle condizioni più estreme di vivere in un modo autentico.
Come me Omar ha fatto tantissime Ultra Trail. Ma adesso ha deciso di indossare il pettorale solo in rare occasioni e dedicarsi di più all’avventura, alla scoperta. “vedi io adesso preferisco fare un altro tipo di esperienza. Preferisco trovare vie diverse d’accesso alle cime, trovare altri percorsi” mi dice e qui davvero mi riconosco nel suo percorso.


Torno a farmi e a fargli mille domande su questa impresa! Come hai fatto per l’acqua?
E il percorso di queste gare? Spesso non è tracciato, allora anche questo argomento andrà affrontato.
E se si elimina il cambio di abiti: come ci si veste per stare al freddo per due/quattro/dieci giorni?
Si corre o si cammina?
Che scarpe si usano?

Eh sì!! Mi accorgo ce n’è abbastanza per un secondo report.

sabato 1 luglio 2017

Weekend 1 e 2 luglio 2017 – salita alla Testa del Rutor, riuscita al secondo tentativo

Che emozione, arrivare in vetta e essere accolti dalla cordata che ti precede (del CAI di Marostica) con un "complimenti" e con una vigorosa stretta di mano

 


Dopo il tentativo del weekend precedente, quando a causa del brutto tempo si era dovuto deviare (con sempre grande soddisfazione)  dal Rifugio Deffeyes verso la più vicina la Becca Bianca, stavolta vetta Testa del Rutor raggiunta dal versante di Valgrisenche.



Salita di avvicinamento il sabato pomeriggio al Rifugio degli Angeli (Rifugio che destina tutto il ricavato dell’attività ai poveri del Mato Grosso! Bravi, davvero bravi!), gustosa cena e pernotto in camerata fino alla sveglia delle 4:45. Colazione alle 5 e alle 5:30 si esce.


 


A differenza degli altri, non calziamo i ramponi e non ci leghiamo, e procediamo comunque sicuri sul ghiacciaio con l’aiuto dei bastoncini. Siamo più veloci sui tratti di misto, ma prima della salita al Colle facciamo una sosta per indossare i ramponi e lasciamo sfilare le altre cordate. Il gruppo di sei persone che ci precede, lascia cadere un paio di scariche di sassi dalla pietraia in testa al canalino, ma la fortuna è dalla nostra parte.

Guadagnato il Colle, si procede per la lunga ma non esposta cresta fino alla Madonnina sulla Testa del Rutor.

 


Calda accoglienza e discesa veloce e con il sorriso, pausa al Rifugio degli Angeli per togliere caschi, imbraghi e sistemare gli zaini, poi giù lungo il sentiero fino al Land Rover a suo agio nel suo ambiente.

lunedì 26 giugno 2017

Week-end 24/25 giugno: Becca Bianca (3261m) dal Rifugio Deffeyes


Anche se l’obiettivo era la Testa del Rutor, abbiamo chinato la testa alla montagna e al meteo



Sabato 24 salita al Rifugio Deffeyes tra panorami da sogno. Pernotto in comoda camerata, ma da assolutamente evidenziare che dopo un lungo inverno di pernottamenti in Rifugi ospitalissimi, ma senz’acqua, qui la sorpresa, acqua, sapone, tovaglioli per asciugarsi e addirittura (a pagamento 5 euro) possibilità di doccia calda! Target primario era la Testa del Rutor.

Sveglia alle 04:15 di domenica mattina, ma forte pioggia suggerisce di aspettare. Forse già con la colazione alle 04:30 si era molto al limite per la tenuta del ghiacciaio al ritorno dalla testa del Rutor, per cui optiamo per una diversa meta: Becca Bianca a sole 3 ore. Le ore diventeranno poi 4 causa delle nuvole basse e della visibilità limitatissima, che ci hanno permesso di mettere a fuoco gli ultimi metri solo a poca distanza. Cima raggiunta passando dalle roccette, ma con buona visibilità si consiglia di salire e scendere tenendosi sulla parete innevata.


Alternativa validissima e di soddisfazione. Panorami mozzafiato, nonostante la scarsa visibilità delle prime ore della domenica mattina.


Per la Testa del Rutor, ci si riprova a breve. Ma stavolta visto lo stato del ghiacciaio, passando dal rifugio degli Angeli.

Domenica 18 giugno: Aiguille du Midi da Punta Helbronner (andata e ritorno)



 

Salita in funivia Sky Way a Punta Helbronner con obiettivo Aiguille du Midi.




Caldo intenso, crepacci aperti, sembrava agosto inoltrato. Neanche troppe cordate in zona.

Prima di iniziare a salire dopo aver lasciato sulla destra il Gros Rognon, assistiamo anche ad un intervento del Soccorso alpino per recuperare un rocciatore infortunato ad una mano: solite operazioni veloci, sincronizzate, speriamo di non averne mai bisogno ma questo ragazzi ci sanno fare.


Rifugio Cosmique lasciato alla sinistra, anche qui in molti accampati in tenda prima dell’attacco per il Bianco, si prosegue in salita verso l’Aiguille du Midi, ma il traffico qua davvero intenso sia in andata che in ritorno, e in contemporanea, e la neve che molla, fanno optare per rinunciare all’abbinata Aréte e ovetti per il ritorno e si torna a piedi.


Al ritorno il termometro del Suunto arriva a segnare 35 gradi!


martedì 6 giugno 2017

2 giugno 2017, Ultra Trail Via degli Dei - UTVdD



Prima assoluta per un Ultra Trail che avrà un futuro. 


In un corridoio largo venti chilometri passavano tutte le comunicazioni tra il nord e il sud del Paese. Gli amanti dei cliché lo definivano imbuto, spina dorsale, collo di bottiglia. Milioni di italiani, oltre i vetri di un’auto o di un treno, avevano visto scorrere quel paesaggio, fiumi e vallate, senza sapere come chiamarli e quali storie potessero contenere” “Il sentiero degli dei”, Wu Ming 2.
 

Avevo già sentito raccontare della via che univa Bologna a Firenze, avevo sentito di un libro “Il sentiero degli dei” di Wu Ming 2, avevo sentito parlare della “Flaminia militare”.
Quando sono venuto a conoscenza che si stava organizzando l’Ultra Trail Via degli Dei, UTVdD, http://www.ultratrailviadeglidei.com/contatti ,  non ho resistito e ho deciso che avrei voluto essere al via a Bologna e che avrei faticato tutto quello che serviva per raggiungere Fiesole!

Ottima scelta della data di partenza, un lungo week-end che avrebbe permesso di correre un Ultra Trail senza essere obbligati a prendere un giorno di ferie. Ottima scelta della data, perché le probabilità di bel tempo erano sicuramente alte e le aspettative non sono state tradite.

Bologna accoglie i partecipanti come solo lei sa fare. Bologna è una città “ricca di giovani”, bella, bellissima. Una città in cui si respira vitalità e integrazione e dove  l’arte e la cultura ti avvolgono. 

In cinque minuti, ovviamente a piedi, raggiungiamo dalla Stazione il luogo dove si ritirano i pettorali. Il luogo è il il Dynamo, la velostazione di Bologna. un posticino centralissimo ma che può facilmente sfuggire all’occhio del turista https://dynamo.bo.it/   Con le sue alte volte e con vecchie bici alle pareti ospita un bar e una ciclo-officina  che ripara e vende bici nuove e usate, per ogni portafoglio, non solo le lucidatissime biciclette che ormai affollano i negozi dei centri delle grandi città.

La consegna pettorali avviene ordinatamente, con una piacevole musica appena accennata in sottofondo, proveniente dal bar accanto che gentilmente ospita nei propri tavolini i partenti impegnati nelle ultime messe a punto dei loro zaini. Gestione borse, per la tappa di metà percorso e per l’arrivo a Fiesole, fatta con sorrisi che mettono tutti a proprio agio.

Nonostante mancano poco più di due ore alla partenza, non posso evitare un ricco piatto di tortellini, anche qui sorrisi di soddisfazione che questa città ospitale regala a piene mani.


In partenza foto di rito tra amici e stavolta anche top runner con i quali ho condiviso avventure lontane. Top runners che seguo subito dopo la partenza, lungo Via Indipendenza e che mi risucchiano ad un ritmo non mio dietro la telecamera della TV che anticipa i primi tre… è cosí che finisco sul Resto del Carlino accanto ad atleti ben più blasonati (eh si quello in mezzo sono io! Alla mia destra Gianluca Di Meo con cui ho corso la Rovaniemi 150 e con cui il prossimo anno volerò verso l’Alaska, e alla mia sinistra Alex Rubensteiner che alla fine sarà il primo ad arrivare a Fiesole vincendo questa edizione dell’Ultra Trail in soli 14 ore e 41 minut!).

Dopo essersi inerpicati su per San Luca, la Chiesa che domina Bologna, si scende e si attraverso il Parco Talon e poi si viene avvolti dalla notte e da qualche cavalcavia di troppo dell’Autostrada. Penso a questi bellissimi Appennini che l’Alta Velocità ha deturpato e violentato, per far si che si rispamiassero soli venti minuti nella tratta tra Bologna e Firenze. Tragitto quasi per intero in galleria, perdendo di vista le meravigliose montagne e verdi vallate, dai nomi oramai sconosciuti ai più.

I volontari danno lustro all’organizzazione, sempre sorridenti ai ristori. Ristori ricchi, ma  mi sorprendo di non trovare qualche specialità locale! Avendo corso l’ultimo Ultra tra i ghiacci al Circolo Polare Artico in completa autonomia, sognavo piccole scodelle fumanti di tortellini e fette di Mortadella…peccato, magari il prossimo anno (perché io l’anno prossimo ci torno) sarebbe bello trovare qualcosa di caldo. Questo diventa poi davvero importante la seconda eventuale notte per i più lenti che arrivano infreddoliti agli ultimi paio di ristoro. 

A poco più di metà percorso, ci guadagnamo con fatica il check-point dislocato in un campeggio. Questo significa docce disponibili! Avevo avuto questo lusso solo all’UTMB (nella base vita di  Courmayeur) e alla Diagonale des Fous (a La Reunion).Non ho resistito e ho provato il gusto di una doccia rinfrescante, grazie per averci pensato! Ma le sorprese non  sono finite, due fisioterapisti (neanche a dirlo, anche loro sorridenti) a disposizione per gli atleti! E così mi sono fatto avanti e in pochi minuti son tornato fresco come alla partenza!


Sul Monte Gazzaro, dei volontari del CAI di Firenze presidiano la cima e ci chiedono di poter fare una foto con noi. Realizzo che rapito dal panorama e dalle belle persone, non avevo ancora scattato una foto (eh si, io quando “corro” di solito faccio foto) e chiedo di restituirmi il favore. Nella foto sono con Antonio, un atleta di Ostia con cui ho corso la quasi totalità dell’Ultra Trail: Antonio, nei miei momenti di dolore, colpa del mio maledetto polpaccio, con un’unica cadenza romana mi suggeriva sempre “non ce pensà!”. Cosa non di poco conto, i fisioterapisti all’arrivo ancora disponibili (e di buon umore come tutti in questo memorabile weekend) alle 4 di mattina per gli ultimi!
 

Altre due note tecniche, la prima che essendo stato allungato il percorso per via di una frana, i precisi organizzatori hanno allungato di qualche decina di minuti il tempo massimo. La seconda che dei 300 iscritti (poco meno alla partenza) siamo arrivati in soli 166: questo la dice lunga sulle difficoltà incontrate.