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sabato 3 luglio 2021

Un weekend da frontman in Alto Adige, parte 1: climbing in Val di Landro


Il 9 marzo 2020 quando tutta l'Italia entrò ufficialmente in lockdown, io mi trovavo letteralmente dall'altra parte del mondo, appena arrivato ad Anchorage in Alaska dopo aver percorso oltre 200km dell'Iditarod Trail in autonomia in uno degli inverni più terribili degli ultimi anni con temperature ben al di sotto dei 50°. E' passato più di un anno da allora. E finalmente ora nell'ultimo weekend di fine giugno 2021 mi ritrovo alla vigilia della mia prima gara post-pandemia: l'Ultradolomites di 80km.   

Mi sembra già un vero e proprio miracolo essere riuscito a tornare in Alto Adige / Suedtirol e in tutta onestà non riesco a trovare in me nessuna ansia agonistica, ma solo la gioia profonda di essere di nuovo tra queste montagne. E allora al posto di fare la solita corsetta defaticante pre-gara, ho deciso di approfittare di queste meravigliose montagne e concedermi un bellissimo pomeriggio di arrampicata nella palestra di Roccia Landro con la guida Alpina Daniel Rogger.

Daniel non è solo una guida straordinaria che conosce ogni angolo di queste montagne dalla bellezza unica, ma è anche l'autore di una eccellente guida Dolomiti senza confini, (Edizioni Versante Sud, 2020) in cui descrive quello straordinario percorso inaugurato nel 2018 da Reinhold Messner e Fausto De Stefani, progetto di cui ho avuto l'onore di vedere la nascita (https://maxmartaoutdoor.blogspot.com/2018/06/dolomiten-ohne-grenzen-das-dorf-der.html)    

La falesia di Landro ha un accesso facilissimo con un comodo parcheggio ai bordi della statale Alemagna, poco dopo il Lago di Landro. La parete esposta ad est, si presenta subito in tutta la sua bellezza aprendosi ad anfiteatro in messo al bosco. La vicinanza del bosco la rendono piacevolmente fresca anche nelle giornate di gran caldo e uno strategico tettuccio sopra i tiri, ci consente di scalare anche se ad un certo punto arriva il classico temporale estivo. La roccia di questa falesia è la dolomia che garantisce delle prese "fotoniche". La parete rapisce lo sguardo, verticale o leggermente strapiombante e il grado di difficoltà delle oltre 50 vie va da 4b a 8b, di cui la maggior tra 6a e 7b, una scelta davvero ampia che fa la felicità sia dei principianti che dei più esperti.

  

Daniel si informa sulle mie capacità e mi propone di iniziare per "grado" inizio da primo su una via alla sinistra del sentiero landroverschneidung 5a, mi studia, mi valuta e poi mi suggerisce un upgrade sulla seconda via hakenflut 5b. Devo dire che le mie nuove scarpette LaSportiva "Finale"  mi supportano su ogni piccolo appoggio perfettamente in linea con le aspettative.

Poi, con un entusiasmo non prevedibile in una Guida Alpina dal simile profilo, ma guidato dalla preoccupazione crescente che la mattina dopo sarei dovuto partire per gli 80km dell'UltraDolomites, mi monta lui le successive due vie: fuer Elise 5b e die longweilige 6a. Salgo comunque da primo ma senza il peso dei rinvii sull'imbrago. Certo a quel punto anche nella mia testa suonavano i campanelli d'allarme per l'Ultra Trail in partenza!

Daniel è anche uno degli ideatori del Dolorock Climbing Festival 2021, il meeting di arrampicata che si svolge nelle Dolomiti tra Sesto e la Val di Landro. L'evento è arrivato alla sua ottava edizione, ma quest'anno per rispettare le norme anti COVID-19, si svolgerà in una versione alternativa. Infatti se negli anni scorsi il meeting di arrampicata era concentrato in un unico weekend di maggio, quest'anno per la gioia di tutti i climbers si svolgerà nell'arco di tutto il mese di luglio. I partecipanti possono scegliere liberamente il giorno per partecipare ed arrampicare, previa registrazione online su www.dolorock.com. Un'occasione unica per conoscere meglio La Valle di Landro con tutte le sue straordinarie falesie.  

 

sabato 19 settembre 2020

L’Alto Adige dall’Alto: Ortles 3905m

Le montagne sono luoghi che confortano il corpo e la mente. Le lunghe passeggiate, l'aria pura e la natura in tutta la sua potenza aiutano ad estraniarsi dalla quotidianità e a ritrovarsi. E sono certo questo valga per tutti ancora di più dopo questo lungo e travagliato periodo che abbiamo vissuto e stiamo tuttora vivendo. Ecco perché quando ho avuto l'opportunità di andare in Alto Adige e più precisamente in Val Venosta, provincia di Bolzano, non ho esitato nemmeno un secondo e sono partito per un lungo e molto impegnativo weekend.

La mia intenzione era di approfittare di ogni secondo che avevo a disposizione per fare quanto più possibile camminando e pedalando. Ma soprattutto avevo un grande obiettivo: quello di vedere questi luoghi meravigliosi da una posizione unica e privilegiata: cioè dalla cima della montagna che con i suoi 3905metri è più alta vetta dell'Alto Adige: il mitico Ortles.

Arrivo il venerdì mattina a Solda, piccolo paese immerso nell'immenso Parco Nazionale dello Stelvio incastonato tra Alto Adige, Lombardia e Trentino e mi metto subito a studiare il percorso che mi attende. Partendo da Solda sono esattamente 2000 m di dislivello positivo da coprire. Una bella scarpinata, ma per fortuna riesco ad "azzerare" i primi 400 m di dislivello prendendo la Seggiovia dell'Orso e lasciandomi cullare fino ai 2300m della stazione di arrivo. Scendo e subito un brivido: da qui la maestosità dell'Ortles incute timore. E' una montagna imponente e severa, le cui difficoltà tecniche si vedono da subito ad occhio nudo. Leggendo la relazione la via normale è definita PD+ (scala alpinistica) ma oggettivamente mi sembra più impegnativa di altre ascensioni che hanno lo stesso grado.

In questa mia uscita alpinistica, mi faccio supportare da Kurt Ortler, guida alpina, con oltre 25 anni di servizio e probabilmente uno dei più grandi conoscitori di questa montagna. Kurt Ortler e i suoi colleghi della Scuola d'Alpinismo Ortler organizzano una serie di incredibile di corsi e di escursioni che vanno dalle più complesse ascensioni alpinistiche in alta montagna a ferrate adatte a tutta la famiglia. Questo tipo di corsi e di escursioni fatti con guide alpine dalla grandissima competenza sono fondamentali per poter conoscere e visitare l'ambiente montano in sicurezza e nel rispetto della natura. Purtroppo troppe persone vanno in montagna senza la benché minima conoscenza del luogo in cui si trovano ed è necessario che si cerchi quanto più possibile di diffondere una cultura della montagna.

L'appuntamento con Kurt è direttamente al Rifugio Payer, che si staglia sulla cresta rocciosa a 3000 m di quota, ben visibile dall'arrivo della seggiovia. Il sentiero n. 4 sale fin lì passando per il Rifugio Tabaretta, dove ci si può concedere un riposo a metà strada e da dove si può ammirare un primo panorama della Valle dall'alto. Al Rifugio Payer si viene accolti da signore gentilissime nei loro costumi tipici e ci si sente subito immersi in una atmosfera unica, visto che il Rifugio risale al 1875 e fu costruito dalla sezione di Praga dell'equivalente del nostro CAI. Il panorama è stupendo e si estende su tutto lo Stelvio, sulla tortuosa strada che sale verso il Passo, sulle vette svizzere, austriache e sull'alta Val Venosta.

Stare in rifugio è sempre un'esperienza emozionante: i suoi ritmi lenti e la notte passata nel silenzio profondo. Ma anche la sveglia che suona a notte fonda quando l'alba è ancora lontana, la colazione silenziosa in cui tutti i pensieri sono concentrati sulla salita alla vetta. E poi fuori nel buio, col vento che soffia forte, con lo zaino in spalla: pronti per questa nuova avventura!

Dopo tanti anni, ancora mi emoziona incamminarmi con la luce della frontale ad indicare la strada. Le rocce si presentano presto con tutta la loro difficoltà. Ma le rocce ci parlano anche di sofferenza, il caldo atipico degli ultimi anni le ha martoriate fino a sgretolarle, facendo sciogliere i ghiacciai che fino a poco tempo fa dominavano questi luoghi. Le prese non sono tutte sicure e il ghiacciaio che si è ritirato ha lasciato lunghi tratti levigati e con pochi appigli. Viene un po' di tristezza e forti sensi di colpa, perché la colpa di questo sfacelo è nostra del nostro stile di vita e la nostra incapacità di impegnarci per cambiare la minaccia del riscaldamento globale.
Le catene messe per sicurezza sono a portata di mano, ma metri sotto quelle che si usavano pochi anni prima, quando c'era il ghiacciaio che si è ritirato. Comunque si sale alternando arrampicate e passaggi in cresta, a tratti esposti. Dopo circa un'ora si arriva all'inizio del maestoso ghiacciaio che resite ancora e dove si calzano i ramponi e si impugna la piccozza.
La temperatura è mite e si avanza attraverso enormi crepacci, "i buchi degli orsi", verso un canalone ghiacciato o "Eisrinne". Si passa nelle vicinanze di un Bivacco l'alta quota e poi si riprende a salire ripidamente per il Plateau che porta sino alla vetta! Ore 08:30 dopo 3 ore e 10 minuti. Che meraviglia! Il panorama è mozzafiato! Fatica ripagata!
Unica poi la croce in vetta che ha un vetro colorato incastonato che regala riflessi unici sotto la luce del sole permettendo la famosa foto di vetta, unica nel suo genere.
Discesa lungo la stessa via ammirando gli immensi seracchi e permettendosi le usuali foto ricordo. Alle 11:00 esatte siamo di nuovo al Rifugio Payer e poi giù di nuovo a Solda. Che giornata memorabile! Highly recommended!

venerdì 7 settembre 2018

UTMB fino all'ultimo respiro









Mi chiamo Max Marta. Ho 54 anni. E sono affetto da una grave forma di dipendenza. Sono UTMB-dipendente da oltre 10 anni. Ogni maledetto agosto, mi ritrovo a Chamonix. E penso “dall’anno prossimo cambio vita”. Ma so già che sto mentendo a me stesso. Ogni anno ripeto gli stessi gesti con studiata pignoleria. Arrivo e mi metto in fila - quasi sempre sotto la pioggia – assieme ad altre centinaia di persone per ritirare il pettorale di una delle gare che fanno parte di questo incredibile Festival dell’Ultra Trail. Ogni anno gli stessi luoghi, gli stessi rituali, la stessa fila. In questi 10 anni ho visto questa fila allungarsi sempre di più. Ogni anno sempre più gente che preme per entrare. E tutti hanno gli stessi miei occhi spiritati, le stesse mie mani sudate. Non importa se sono cinesi, argentini, australiani, nepalesi. Tutti in questa fila sono identici a me. Tutti con lo zainetto in spalla e il materiale obbligatorio nel borsone. Tutti con un unico pensiero in testa: la loro gara. Loro, come me, sono qui a mendicare la loro razione di sentiero attorno al Monte Bianco.

Non m’importa che si tratti della full-version UTMB (che ho chiuso nel 2016, dopo le versione ridotte per mal tempo del 2010 e del 2012) della TDS (che ho concluso nel 2014), della CCC (finisher nel 2008 e 2017) o – come in questo caso – della OCC 2018 (per il poker)… Mi basta sapere che anche questanno sono qui. Mi basta sapere che ho un pettorale da mettere e uno zaino da preparare. Mi basta sapere che anche quest’anno posso respirare questa atmosfera pazzesca e unica. Attorniato da una folla di uomini e donne il cui unico obiettivo per un lungo fine settimana sarà solo quello di correre, camminare, trascinarsi stremati ai piedi della grande montagna. Uomini e donne che sfideranno sé stessi in una lunghissima cavalcata attraverso boschi e sentieri, scavalleranno frontiere, si arrampicheranno su cime battute dal vento o piene di neve, combattendo contro fatica, sonno, caldo, il freddo e ogni tipo d’intemperie. Tutti con un unico sogno in testa: arrivare a Chamonix.

Non m’importa se conosco ogni centimetro di questo sentiero (non riuscirei nemmeno a elencare quante volte l’ho percorso in gara, in allenamento, per accompagnare amici o semplicemente per starmene un po’ da solo). Non mi chiedo nemmeno più se nevicherà come nel 2010 o se farà caldo tropicale come nel 2016. Ma so che anche questa volta lo stupore e la meraviglia saranno le stesse della prima volta. Perché ogni volta UTMB è emozione allo stato puro. E quest’anno non fa eccezione.
Lo capisco quando stringo tra le mani questo nuovo pettorale numero 11073.


Lo capisco alle 4.00 di notte quando mi ritrovo assieme a centinaia di altri runners pronto per partire verso Orsières dov’è situata la partenza della OCC. La potenza logistica di UTMB si vede anche qui: in questa interminabile fila di autobus che ci porteranno in Svizzera. Quanti sono? Provo a contarli, ma è inutile: sono troppi. Cerco di tirare fuori il foglietto della mia prenotazione, ma non c’è tempo. In un secondo sono già dentro l’autobus, che si riempe in pochi minuti e parte veloce. Sull’autobus c’è il silenzio più assoluto. Eppure se guardo bene nessuno dorme. C’è chi ripassa il percorso. Chi controlla se la frontale funziona. Chi svuota lo zainetto. Chi mangia in continuazione. Non importa quante volte hai già fatto questa gara: l’emozione è sempre lì, a tenerti compagnia senza lasciarti dormire.

Arrivo a Orsières. Mi butto in mezzo alla folla della partenza, stanco per il viaggio, ma felice e pronto per questa nuova avventura. Sì perché le gare di UTMB non sono solo un trail: sono un vero e proprio viaggio interiore. Un viaggio nelle proprie paure e debolezze, Un viaggio in cui ci si perde nella fatica e ci si ritrova nei sorrisi di chi sta soffrendo come te. Chi ti vede col pettorale ti augura “bon courage”, ti abbraccia, ti sorride. Tutti sono lì a sostenerti, ad incitarti. E io so già che nel corso del sentiero troverò anziane signore che suonano la fisarmonica per i runners stremati, imperturbabili suonatori di corno svizzero che attenderanno il passaggio anche dell’ultimo concorrente e una serie infinita di tifosi con campane da mucca e trombette di ogni genere arrampicati nei punti più impervi ed inaccessibili del percorso.
Perché UTMB è proprio questo: una festa collettiva che unisce nell’arco di tre nazioni atleti professionisti, runners comuni e migliaia di tifosi.






UTMB altro non è che la versione 2.0 di quello che nel dopoguerra fu il Giro d’Italia o il Tour de France.  Chi è qui, è sui sentieri a fare il tifo. Chi invece è dovuto rimanere a casa e ha un parente, un amico, un conoscente in gara è perennemente connesso al pc. Ho trovato mamme di amici che sapevano a memoria i cancelli orari e citavano i passaggi in successione: La Fouly, Champex, Trient, Vallorcine, La Flegere… Un po’ come una volta si citavano i grandi passi dove sarebbero transitati i ciclisti. Qui – come negli anni gloriosi del Giro – il pubblico è ai bordi del sentiero a tifare per i grandi campioni come Killian Jornet, Zach Miller, Caroline Chaverot. O per meglio dire come Xavier Thevernard e Francesca Canepa, i vincitori di quest’anno. Ma soprattutto il pubblico è qui per sostenere un fratello, una fidanzata, un papà, una zia che corre. E non importa a che ora arriveranno: loro staranno lì ad aspettarli al freddo, sotto la pioggia per ore. Li riconosci sempre i team di amici e familiari, pronti ad inseguire i loro cari lungo tutto il percorso, saltando sulle navette dell’organizzazione appena il loro “eroe” è passato. Pronti per andare al prossimo ristoro dove rimarranno per altre ore ad aspettarlo. E così fino all’arrivo quando finalmente anche loro scavalcheranno le transenne e correranno al traguardo di Chamonix abbracciati al loro “eroe”. Bisognerebbe dare loro una medaglia: senza di loro i ritirati sarebbero molti, molti di più.

Già i ritirati o DNF come li chiamano le classifiche. Ci sono i grandi campioni che partono troppo veloci e poi li ritrovi barcollanti che non ce la fanno più. Ci sono quelli che si infortunano. Ma ci sono soprattutto le centinaia di “ultimi” in lotta con i cancelli orari. Sono stremati dal gelo della notte, infreddoliti dalla pioggia e dalla neve, fiaccati dai dolori allucinanti alle gambe. Eppure non si fermano. Arrivano al check point a testa bassa e anche se mancano pochi minuti alla chiusura del cancello, vanno avanti. I volontari ei dottori dell’organizzazione bloccano quelli messi peggio. E cercano di convincere gli altri a non proseguire, Sanno bene che non ce la possono fare perché è troppo tardi, perché  troppo stanchi e mancano ancora troppi chilometri. Ma loro non li ascoltano e ripartono lo stesso. Perché se sei qui vuol dire che hai passato gli ultimi anni della tua vita ad allenarti per questo. E non vuoi, non puoi mollare proprio adesso. Malgrado tu stesso sappia che non ce la farai a prendere il prossimo cancello. Bisognerebbe dare anche a questi DNF una medaglia: perché la loro tenacia è davvero unica.







Mi chiamo Max Marta. Ho 54 anni. E sono 10 anni che sono UTMB-dipendente.
Quest’anno sono arrivato al traguardo di Chamonix ancora una volta. Per tante volte ho percorso quel  ultimo chilometro, dove il tifo è assordante e il cuore scoppia di gioia. In questi 10 anni l’emozione non è cambiata anzi! semmai è aumentata. E quando vedo l’arco del traguardo, posso concedermi il lusso di essere felice come un bambino la notte di natale. Dopo quell’arco c’è una smanicata con la scritta finisher e una lattina di birra che mi aspetta e che – come tradizione – mi scolerò tutto d’un fiato sui gradini della chiesa di Chamonix per celebrare questo nuovo traguardo. Mi chiamo Max Marta. Ho 54 anni. E grazie a Dio sono 10 anni che corro l’UTMB.












Per tutte le foto_all photos Credit and Copyright: © UTMB® - photo : Franck Oddoux



giovedì 9 novembre 2017

#NeverStopMilano: Training con Fernanda Maciel, atleta The North Face










The Community





La prima volta che ho incontrato Fernanda Maciel http://www.fernandamaciel.es/ , ultra-trailer brasiliana del team The North Face https://www.thenorthface.it/exploration/athletes/fernanda-maciel.html , è stato nel 2015 a Cortina a poche ore dalla partenza della Lavaredo Ultra Trail https://www.ultratrail.it . In quella occasione mi trovai davanti un’atleta super-concentrata, posata e di poche parole. Che, malgrado la tensione pre-gara, mi concesse una bella intervista http://actionmagazine.it/fernanda-maciel-io-mi-alleno-cosi/ e preziosi consigli per me che – come lei – partivo per la stessa gara.
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Quando mi hanno detto che Fernanda sarebbe venuta in Italia in questi giorni, ho chiesto subito di poterla incontrare. Perché in questi anni si è confermata atleta di grande valore che ha continuato a macinare risultati straordinari nei trail: 1° Ultra Trail del Monte Fuji (2016) 3° Marathon des Sable (2016) 3° Lavaredo Ultra Trail (2015 e 2016) solo per citarne alcuni. Ma soprattutto perché è riuscita anche a spaziare oltre il trail e ha stabilire record incredibili come il record di salita e discesa dal Kilimangiaro in 10 ore e 6 minuti (quasi 3 ore in meno del precedente primato) e il record femminile di ascensione e discesa all’Aconagua in 22ore e 52minuti.
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La Fernanda Maciel che mi trovo davanti questa sera a Milano non è solo un atleta fortissima, ben consapevole del suo valore. E’ anche una donna dal sorriso dolce che con premura e generosità risponde alle domande e prodiga consigli.
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> Fernanda dall’ultima volta che ci siamo visti alla LUT non ti sei mai fermata stabilendo record incredibili e raggiungendo dei risultati eccezionali. Qual è tra gli ultimi tuoi successi quello a cui tieni di più?
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Mi piace molto correre i trail. Anzi, diciamo che ne ho bisogno perché è grazie ai trail che riesco ad allenarmi molto duramente. Ma i record sull’Aconagua e il Kilimangiaro sono stati davvero speciali! Sono state imprese stimolanti perché mi hanno costretto a spingermi completamente fuori dalla mia comfort zone
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Nella tua carriera di ultrarunner hai partecipato alle gare più famose come Diagonale des Fous, Marathon des Sables e LUT: quale preferisci?
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Onestamente tutte le gare del Ultra Trail World Tour sono interessanti perché sono lunghe e bellissime. Ho fatto per due volte la Marathon Des Sable, ma mi trovo molto più a mio agio in montagna. E se devo dire proprio qual è la mia preferita direi sicuramente l’UTMB http://utmbmontblanc.com/it/ . Amo l’atmosfera che si respira in montagna, molto di più che il deserto perché in montagna ci si imbatte in paesaggi meravigliosi.  E’ vero però che si riesce ad ammirarli meglio facendo una semplice trekking o un arrampicata piuttosto che in gara!
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Sai già quali sono i tuoi obiettivi per il 2018?
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Ah certo che mi sono già posta gli obiettivi per l’anno prossimo! Tra questi ci sono a Febbraio la Transgrancanaria http://www.transgrancanaria.net/en/ poi a Maggio il campionato del mondo di Penyagolosa http://penyagolosatrails.com e logicamente UTMB. Ma quest’anno non farò nessuna impresa in alta montagna tipo Aconcagua e Kilimangiaro perché devo ancora recuperare dopo questi due record. L’anno prossimo mi concentrerò sulle performance in gare di ultra-trail.
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Fernanda tu hai fatto delle imprese straordinarie nell’Ultra trail e in ambienti estremi, posso chiederti un paio di consigli per noi trail runners e in particolare per me che a Febbraio farò l’Iditarod http://iditarodtrailinvitational.com/ ?
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Dio mio! Non ho mai fatto niente di simile all’Iditarod in vita mia – dice ridendo.  Ma sulla base delle mie esperienze in ambienti estremi posso dirti di usare dell’ottimo materiale e di viaggiare leggero evitando di sovraccaricare il tuo bagaglio. Quando ho corso il Cammino di Santiago (900km circa in 10 giorni) mi sono portata dietro solo uno zaino di 2 chili e quando ho fatto la Marathon Des Sables avevo uno zaino di 7 chili. Ma soprattutto – come ultimo consiglio – cerca di rimanere sempre caldo e ben coperto.
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Ci salutiamo e ci diamo appuntamento per il giorno dopo quando lei allenerà la community di Never Stop Milan https://it-it.facebook.com/NeverStopMilano/ gruppo che s’incontra tutti i martedì e in casi eccezionali come questo il giovedì. Conoscendo Fernanda so che quello sarà un allenamento molto molto tosto.


venerdì 3 novembre 2017

Fernanda Maciel: io mi alleno cosi’ (Cortina d'Ampezzo, 1 luglio 2015)







Max Marta ha intevistato per noi durante la Lavaredo Ultra Trail  la grande Fernanda Maciel. Che ci racconta come si fa a macinare tanti chilometri senza perdere la concentrazione e senza mollare mai.



– Ciao Fernanda, benvenuta a Cortina!
“Grazie…  In realtà sono qui già da un po’ di giorni. Ad allenarmi sul percorso della LUT. L’altro giorno ho fatto la parte che va da Malga Ra Stua a Col Gallina (dal 75km al 95Km). Poi ieri la parte da Col Gallina fino all’arrivo. Anche se conosco già il percorso, ho voluto allenarmi sull’ultima parte di questo tracciato perché amo correre su queste montagne”.
Fernanda, hai vinto già la LUT nel 2011 e sei arrivata seconda nel 2012: deduco che ti piace particolarmente questa gara…
“Io amo la LUT: sì! Purtroppo non sono riuscita ad essere qui l’anno scorso perché in contemporanea c’era il World Championship a Chamonix. Ma mi piace davvero tantissimo questa gara: per cui sono felicissima di essere di nuovo qui quest’anno!”
Che cosa ti affascina di più della LUT?
“Quando corro la LUT, quando mi alleno tra queste montagne, mi guardo in giro e penso: è semplicemente bellissimo! Correre e ammirare le tre Cime di Lavaredo, il Passo Giau. Beh! che panorama stupendo! E poi i cieli delle Dolomiti, quella luce speciale che circonda queste montagne è qualcosa di unico al mondo. Sono così grata a tutti di poter essere qui. E’ davvero un grande regalo poter essere qui”.
Quando corri un ultra Trail cosa fai per mantenerti concentrata?
“Anche se correre è una cosa che mi riempie di gioia, non ti posso negare che anch’io ogni tanto penso “ma chi me l’ha fatto fare?”. Il freddo di notte, i piedi bagnati: sì! È inevitabile avere dei pensieri negativi quando si corre. E’ per questo che oltre ad allenare il fisico dedico grande attenzione ad allenare anche la mente. Se ci pensi quasi il 99% dei pensieri che abbiamo sono negativi o sono relativi a problemi del passato o del futuro. Io alleno la mia mente ad essere sempre solo concentrata sul presente e sulla cosa che sto facendo in quel momento. Ed è così “positiva e presente” che cerco di essere per tutta la gara. Ma è certo che i pensieri negativi arrivano, così come arrivano le brutte sensazioni e i dolori: è naturale. Bisogna accettarli. Se ci pensi, la corsa può essere vista come un’evoluzione del sé, una percorso di crescita della propria persona. Così come non puoi evitare la pioggia e il brutto tempo, non puoi evitare i brutti momenti che ti possono capitare. Ma puoi allenare la tua mente a mantenersi nel presente, a cercare di avere un’energia positiva e ad avere pensieri costruttivi”.
Fernanda, come si allena una campionessa? Tu ti dedichi solo alla corsa in montagna o fai anche altri sport?
“Dedico una grande parte del mio allenamento a migliorare la mia velocità. Ad essere onesta non è che siano i miei allenamenti preferiti: ma il Fartlek o le ripetute veloci aiutano a migliorare la propria tecnica di corsa e quindi ad incrementare la propria velocità.  Purtroppo non corro sempre in montagna. Negli ultimi mesi sono stata in Brasile a casa dei miei genitori, che vivono in una grande metropoli. E mi sono dovuta allenare in una grande città con tutti i problemi che questo implica: il traffico, lo smog, la paura. Ma questa è la città dove sono nata e la amo comunque. Vedi, il punto è che devi trovare sempre qualcosa positivo mentre ti alleni”.
E come gestisce una campionessa come te vita quotidiana e allenamenti?
“Io sono una runner, è vero. Ma sono anche una nutrizionista dello sport e una donna che lavora. Quindi spesso mi alleno la mattina presto, poi vado al lavoro. E in alcuni casi faccio un secondo allenamento nel pomeriggio. Spesso questo secondo allenamento è ciclismo su strada o stretching. Nei weekend invece mi dedico completamente alla corsa, e qui faccio le mie sessioni lunghe, 3 o 4 ore di corsa nella mia comfort zone: questo è l’allenamento che preferisco!”.
Come nutrizionista che consigli puoi darci?
“Penso che la cosa più importante sia essere consapevoli di dove ci si trova. Mi spiego: i cinesi hanno alimenti diversi dai brasiliani, dai giapponesi o dagli italiani. E’ importante prestare sempre attenzione alla cultura del cibo del luogo in cui ci si trova: perché è così che ci si alimenta nel modo più naturale possibile. E se il tuo stomaco è felice, molto probabilmente è felice anche la tua mente! Io credo profondamente nella dieta bilanciata: mangiare un poco di tutto preferendo frutta e verdura, e poi riso e patate che sono alimenti importantissimi: ma se ti piace la carne, mangiala! Per quanto invece riguarda l’alimentazione in gare come gli ultra trail, ci sono due elementi di cui non puoi fare a meno: carboidrati e sali. I primi danno energia e io li consumo a scadenze precise: ad esempio ogni ora oppure ogni 40 minuti. Se non si rispetta questa regola, sio rischia di perdere energia senza quasi accorgersene. Durante le distanze ultra –  visto che si corre per così tante ore – gel e barrette non bastano: c’è bisogno di cibo solido! Per cui è necessario integrare barrette e gel con cibo vero. Per quanto invece riguarda i sali, anche questi sono importantissimi: l’acqua da sola non basta perché bevendo solo acqua si rischia la disidratazione”.
Come cambi la tua dieta prima di gare così lunghe?
“Io non cambio la mia dieta prima della gara: integro la mia alimentazione con maltodestrine. E cerco di preferire i carboidrati alle proteine il giorno prima della gara. Così incremento le mie riserve di energia. Ma non è un cambiamento radicale. La regola deve essere sempre mangiare in modo bilanciato. Ovvero io non faccio il carico di carboidrati come si faceva un po’ di anni fa. Perché si è capito che con il carico di carboidrati si rischia di arrivare alla gara troppo pesanti e troppo pieni d’acqua. Una buona soluzione è aumentare un poco le proteine fino a tre giorni prima della gara, e poi invece aumentare un poco i carboidrati. Ma questa variazione deve essere sempre controllata e bilanciata”.
Qual è il tuo obiettivo del 2015?
“Quest’anno mi sento bene e ho voglia di lottare di più. Questa è la mia prima gara del circuito Ultra Trail World Tour. Poi farò la UTMB  e La Diagonale des Fous. Questa non l’ho mai fatta per cui sono emozionata perché è la prima volta.
UTMB invece l’ho fatta e la conosco, per cui sono felice di tornare e godermi il Monte Bianco: è un luogo magico e speciale per me. Poi farò anche due vertical sky race: la K3 in Val Susa e il Dolomitenmann . Penso che i Vertical siano un buon allenamento, ma se devo essere onesta non li amo particolarmente. La pendenza è così forte che guardi solo per terra e non ti godi il panorama. E poi è così faticoso che non riesci a controllare il respiro: insomma una fatica tremenda. Ma è bellissimo arrivare in cima. E poi è necessario andare oltre la propria comfort zone. E’ un bene e t’insegna molte cose”.
C’è una gara che sogni di fare?
“La Marathon des Sables  e la Hardrock negli Stati Uniti”.


domenica 3 settembre 2017

UTMB - CCC 2017. SFATATA LA MALEDIZIONE DELL'ANNO DISPARI


 




Sull’edizione 2017 del UTMB oramai sapete tutto. Mai un evento di trail running ha avuto una copertura mediatica così estesa e capillare. Mai nessun trail è stato così seguito e commentato sui siti web, social media etc.

E d’altronde non poteva essere altrimenti visto il parterre di campioni che Madame Poletti e il suo team sono riusciti a schierare al via. E di sicuro questa 15° edizione dell'UTMB rimarrà come una pietra miliare nei libri di storia del trail running grazie anche alla spettacolare battaglia tra Kilian Jornet Burgada e Francois D’Haene. Ma come dimenticare la bellissima vittoria di Pica Nurias, il terzo posto dell’americano Tim Tollefson e tutti gli altri podi? Tant’è che mi sento un po’ in imbarazzo a raccontare com’è andata la mia CCC (101km e 6100m di dislivello da Courmayeur-ITA a Champex-SVI a Chamonix-FRA) a confronto di tutti questi “titani” del trail running.

Ma d’altronde una delle cose belle del trail running è  che - così come per la maratona -  dietro quei 20/30 mostri sacri dalle prestazioni incredibili c’è un mondo di persone nomali che mentre Francois D’Haene tagliava il traguardo erano ancora al confine tra l’Italia e la Svizzera 70/60km di distanza da Chamonix!  E UTMB, oltre ad essere il vero ed unico campionato del mondo di Trail, è anche questa folla di gente "comune" che passa anni ad attendere l’estrazione per poter correre sui sentieri meravigliosi che si snodano attorno a Sua Maestà il Monte Bianco.

Io è dal 2008 che corro le varie gare di UTMB e quest'anno ero alla mia 9° edizione. Eppure anche questa volta sulla linea di partenza ero emozionato quasi come la prima volta. Stessa emozione e stessa gioia che mi ha accompagnato lungo tutto il percorso anche se in pratica lo conosco a memoria (tanto da fermarmi a Plan de L'Eau a salutare il cane San Bernardo che ha la sua cuccia lì). Eppure vi confesso che questa gara ogni anno riesce a trasmettermi emozioni uniche che nessun altro trail riesce a darmi! Sarà perché – come dicevo prima – il percorso è unico e spettacolare. Ma anche perché solo qui si ha quella sensazione unica di partecipare al più internazionale, al più sofferto, al più atteso, al più combattuto trail al mondo.

Quest'anno avevo poi una questione personale da risolvere con UTMB. Mi spiego dal 2008  sono stato Finisher tutti gli anni pari (cioè 2008-10-12-14-16) ma mai in un anno dispari!!!! Ben poca cosa direte voi, ma bisogna sempre trovare un buon motivo per convincere il cervello a centrare l'obiettivo! Per cui quest’anno per me l’obiettivo era: portare a casa la Sesta Smanicata (cioè giacca che viene consegnata a Finisher UTMB), ma la prima in un anno dispari!! E così è stato.

La CCC come dice lo stesso nome parte da Courmayer e ha un sistema di partenza che prevede le griglie che partono a 15 minuti di distanza. Io sono partito in seconda griglia dietro Elite. E conoscendo bene il percorso sono partito spedito sui sentieri "di casa' che passano prima per Courmayeur poi salgono verso all'Ermitage per andare verso la prima delle sei grandi salite fino a  Tête de la tranche. Da lì percoso in stile “mangia e bevi” fatto in accelerazione fino al Rifugio Bertone e in questo tratto ho iniziato a passare la coda del gruppo Elite. Stavo andando troppo veloce io o erano loro che andavano piano? Mah nel dubbio ho tenuto il mio ritmo per tutta la meravigliosa 'balconata" che va dal rifugio Bertone fino al rifugio Bonatti.

Qui una piccola pausa e poi veloce verso Arnouva, da dove, traversato il ponticello, parte la seconda impegnativa salita che porta al Gran Col Ferret. Nonostante gli organizzatori avessero previsto freddo, molto freddo, io in vista della mia prossima avventura in Alaska per l’Iditarod 2018 sono partito in smanicata. Perché non si può pensare di affrontare i -30° se ci si spaventa dei  -6/7°. Ma sì sa, la Gran Col Ferret il vento è davvero gelido e visto anche che è iniziato a piovere ho indossato un’altra smanicata impermeabile (quella di “Finisher LUT 2015” per gli intenditori).

Salita al Gran Col Ferret non agevolissima, ma compensata da una bella discesa fino al punto critico della gara: La Fouly, dove tanti, compreso Jim Walmsley (il top Runner che guidava l’UTMB davanti a D’Haene e Kilian fino a quel punto) iniziano a soffrire la fatica

e in molti pensano al ritiro. Lì mi aspetta una bella sorpresa: tra la folla salta fuori inaspettatamente un’amica della Community “Never Stop London” che mi incita a e mi scatta foto.

 

Dopo La Fouly trovo un passaggio obbligato su un tratto di bitume, mal gradito dalle scarpe da trail, ma per fortuna si rientra quasi subito sul percorso usuale che porta alla base della terza salita, quella verso Champex Lac. Piccolo errore di stima della mia velocità ed esco senza lampada frontale, ma da li a poco cala il buio e mi obbliga ad una sosta tecnica non prevista. La frontale, un sofisticatissimo modello programmabile con una APP dallo SmartPhone, si rivela meno Smart del previsto in gara e la luce è ben più fioca di quella di una lampada tradizionale.

 

Dalla salita verso Champex il percorso diventa a causa della pioggia battente un fiume d'acqua e di fango che nasconde sassi e radici e che obbliga i concorrenti (coloro che possono e vogliono) a vari cambi di scarpe. Io no, tiro dritto con le stesse dalla partenza all'arrivo, ma non per masochismo, bensì perché quelle da me scelte hanno avuto una performance eccezionale in termini di grip, comfort e performance generali.

 

Arrivo nella notte a Trient - l’ultima città svizzera del percorso - in modalità “pilota automatico” passando anche la quarta salita (e 4000m di D+ son fatti).  Percorro sempre nel buio della notte la salita di Bovine e arrivo a Vallorcine, punto in cui i runners capiscono che ormai l’arrivo è vicino! Anche qui “sereno” rispondo ancora una volta a chi mi chiede come mi sento. Mangio l’ultimo gel e parto, da qui lo scorso anno ero riuscito a fare fantastica progressione, ma ora il percorso è stato cambiato per evitare Tete au Vent dove come il dice il nome stesso sta soffiando un fortissimo vento. Peccato perché da lì si gode una vista del Monte Bianco veramente unica per la sua bellezza.

Nel percorso alternativo ci si infila in un sentiero non particolarmente bello pieno di sali scendi che pare abbia davvero con l’unico scopo di mantenere inalterati distanza e dislivello. Anche la salita verso La Flegere avviene tramite un percorso che nulla ha di comparabile alla bellezza dell’originale. Lo scorso anno la webcam mi aveva inquadrato che entravo ballando in quest’ultimo check-point, mentre quest’anno mi ha ripreso scocciato per questa percorso alternativo per niente bello. Ma si sa la sicurezza dei partecipanti è sempre al primo posto per gli organizzatori di UTMB per cui ingoio il rospo e mi butto a capofitto verso Chamonix.

L’arrivo, il mio sesto arrivo, è magico come sempre. Anzi no, di più! Non sono nemmeno le 8.00 del mattino ma le strade di Chamonix sono già stracolme di persone che fanno un tifo indiavolato. Campanacci, trombette, urla e mille mani che battono ritmicamente sui cartelloni degli sponsor che sono stati messi sulle transenne che delimitano il precorso verso l’arrivo, rendono questo momento magico. Corro tra ali di folla: so bene che sono lì ad aspettare i campioni dell’UTMB che sono previsti qui a Chamonix attorno all’una del pomeriggio. Ma la cosa magica di questa gara è che il pubblico è già lì pronto a tifare allo stesso modo le stelle del trail e le persone normali come me.

Ps: per chi non lo sapesse all’arrivo dell’UTMB c’è una birra ad attendere tutti i trailers… ma quest’anno la marca era diversa dal solito. Chissà cosa significa?

 
 



domenica 9 luglio 2017

In vista dell' Iditarod 2018 - ITI 130: intervista a Omar Mohamed Alí

Intervista a Omar Mohamed Alì Adventurer Ultra Runner , Outdoor Trainer, CrossFit Coach


E’ fantastico parlare con una persona che non hai mai incontrato prima e scoprire - nel corso della chiacchierata - di condividere le stesse passioni, esperienze, avventure e soprattutto lo stesso approccio verso “le imprese estreme”.  E’ stato proprio questo quello che mi è successo quando ho telefonato ad Omar, ex-professionista delle truppe Alpine con incarichi speciali, Ultra Runner Finisher all’UTMB, alla LUT, al Cro-Magnon nonché titolare di un Box Cross-Fit a Saronno. Mi sono messo in contatto con lui perché avevo letto un bell’articolo in cui raccontava la sua esperienza in Alaska. E così, preso il coraggio a quattro mani, ho cercato il suo contatto e l’ho chiamato.

Grazie ai racconti di un amico, Omar si è appassionato alla Yukon Ultrahttp://www.arcticultra.de/en/ e ha deciso di andare con lui alla versione di 300 miglia e che sono riusciti a completare con successo.  E’ nato così l’amore per il  “deserto bianco”. Quella strana passione per gli spazi infiniti – non importa se sono deserto, oceano o pianura di ghiaccio, dove lo sguardo si perde nell’orizzonte. Per poter attraversare questi luoghi così complessi e difficili è necessaria una preparazione metodica con la massima attenzione ai dettagli. E questo viene più facile se si è da sempre abituati ad affrontare gli eventi della vita con la stessa metodologia e devozione.

Vista la mia prossima partecipazione all’Iditarod Trail Invitational http://iditarodtrailinvitational.com/  ho chiesto ad Omar alcuni consigli e suggerimenti, considerando che lui - oltre ad aver concluso la Yukon - ha anche partecipato al'IditaSporthttps://iditasportalaska.com/ che si sviluppa praticamente sullo stesso tracciato dell’Iditarod. Siamo quindi subito passati a discutere i dettagli delle sue due avventure. E sono questi i dettagli che vorrei condividere, perché ritengo facciano parte del fascino di queste “Outdoor Adventures” che chiamare gare è oltremodo riduttivo.

                                                                                                                                  
La caratteristica di queste avventure nell’estremo nord è che si affrontano trainando una slitta, o pulka, o sled. La slitta contiene tutto il necessario per i giorni in cui si resta “confinati nell’ignoto”. Il peso della slitta oscilla tra i 22 e i 25 chili in relazione alla lunghezza e comprensivo del materiale essenziale alla sopravvivenza. Sulla slitta si carica solitamente un sacco impermeabile agganciato alla slitta stessa con dei moschettoni o con dei tiranti e reti elastiche. All’interno si posiziona: cibo, fornello per sciogliere la neve e scaldare il cibo,  thermos, ciaspole, ramponi, sacco a pelo, sacco da bivacco, materassino isolante e altri oggetti. Ma attenzione: qui non c’è materiale obbligatorio! Volete sopravvivere nel deserto di ghiaccio? Beh non aspettatevi che gli organizzatori vi diano consigli o suggerimenti. Il sito dell’Iditatod lo dice chiaramente: se avete bisogno di indicazioni su come sopravvivere a queste condizioni, allora forse siete nel posto sbagliato: ci sono altre gare più adatte a voi, non questa!

Omar ha usato un sacco da 120 litri agganciato con 4 moschettoni. Io invece alla Rovaniemi 150 https://www.rovaniemi150.com/  avevo un sacco da 80 litri, ma ugualmente ben assicurato con tre elastici colorati con ganci identici a quelli che usava mio papà per il portapacchi sul tetto della sua Fiat 124!! Ma Omar aveva anche una tenda minimalista, ignifuga, da 1,6kg e con due ingressi: uno per posizionarci il fornello stabilizzato da un pianale in legno, l’altro per entrata e uscita…alla mia osservazione di perché non un semplice sacco da bivacco, Omar ha risposto che la tenda dà più un’idea di casa, di rifugio sicuro. Ecco cosa mi piace di lui: cerca anche nelle condizioni più estreme di vivere in un modo autentico.
Come me Omar ha fatto tantissime Ultra Trail. Ma adesso ha deciso di indossare il pettorale solo in rare occasioni e dedicarsi di più all’avventura, alla scoperta. “vedi io adesso preferisco fare un altro tipo di esperienza. Preferisco trovare vie diverse d’accesso alle cime, trovare altri percorsi” mi dice e qui davvero mi riconosco nel suo percorso.


Torno a farmi e a fargli mille domande su questa impresa! Come hai fatto per l’acqua?
E il percorso di queste gare? Spesso non è tracciato, allora anche questo argomento andrà affrontato.
E se si elimina il cambio di abiti: come ci si veste per stare al freddo per due/quattro/dieci giorni?
Si corre o si cammina?
Che scarpe si usano?

Eh sì!! Mi accorgo ce n’è abbastanza per un secondo report.

sabato 1 luglio 2017

Weekend 1 e 2 luglio 2017 – salita alla Testa del Rutor, riuscita al secondo tentativo

Che emozione, arrivare in vetta e essere accolti dalla cordata che ti precede (del CAI di Marostica) con un "complimenti" e con una vigorosa stretta di mano

 


Dopo il tentativo del weekend precedente, quando a causa del brutto tempo si era dovuto deviare (con sempre grande soddisfazione)  dal Rifugio Deffeyes verso la più vicina la Becca Bianca, stavolta vetta Testa del Rutor raggiunta dal versante di Valgrisenche.



Salita di avvicinamento il sabato pomeriggio al Rifugio degli Angeli (Rifugio che destina tutto il ricavato dell’attività ai poveri del Mato Grosso! Bravi, davvero bravi!), gustosa cena e pernotto in camerata fino alla sveglia delle 4:45. Colazione alle 5 e alle 5:30 si esce.


 


A differenza degli altri, non calziamo i ramponi e non ci leghiamo, e procediamo comunque sicuri sul ghiacciaio con l’aiuto dei bastoncini. Siamo più veloci sui tratti di misto, ma prima della salita al Colle facciamo una sosta per indossare i ramponi e lasciamo sfilare le altre cordate. Il gruppo di sei persone che ci precede, lascia cadere un paio di scariche di sassi dalla pietraia in testa al canalino, ma la fortuna è dalla nostra parte.

Guadagnato il Colle, si procede per la lunga ma non esposta cresta fino alla Madonnina sulla Testa del Rutor.

 


Calda accoglienza e discesa veloce e con il sorriso, pausa al Rifugio degli Angeli per togliere caschi, imbraghi e sistemare gli zaini, poi giù lungo il sentiero fino al Land Rover a suo agio nel suo ambiente.

lunedì 26 giugno 2017

Week-end 24/25 giugno: Becca Bianca (3261m) dal Rifugio Deffeyes


Anche se l’obiettivo era la Testa del Rutor, abbiamo chinato la testa alla montagna e al meteo



Sabato 24 salita al Rifugio Deffeyes tra panorami da sogno. Pernotto in comoda camerata, ma da assolutamente evidenziare che dopo un lungo inverno di pernottamenti in Rifugi ospitalissimi, ma senz’acqua, qui la sorpresa, acqua, sapone, tovaglioli per asciugarsi e addirittura (a pagamento 5 euro) possibilità di doccia calda! Target primario era la Testa del Rutor.

Sveglia alle 04:15 di domenica mattina, ma forte pioggia suggerisce di aspettare. Forse già con la colazione alle 04:30 si era molto al limite per la tenuta del ghiacciaio al ritorno dalla testa del Rutor, per cui optiamo per una diversa meta: Becca Bianca a sole 3 ore. Le ore diventeranno poi 4 causa delle nuvole basse e della visibilità limitatissima, che ci hanno permesso di mettere a fuoco gli ultimi metri solo a poca distanza. Cima raggiunta passando dalle roccette, ma con buona visibilità si consiglia di salire e scendere tenendosi sulla parete innevata.


Alternativa validissima e di soddisfazione. Panorami mozzafiato, nonostante la scarsa visibilità delle prime ore della domenica mattina.


Per la Testa del Rutor, ci si riprova a breve. Ma stavolta visto lo stato del ghiacciaio, passando dal rifugio degli Angeli.

Domenica 18 giugno: Aiguille du Midi da Punta Helbronner (andata e ritorno)



 

Salita in funivia Sky Way a Punta Helbronner con obiettivo Aiguille du Midi.




Caldo intenso, crepacci aperti, sembrava agosto inoltrato. Neanche troppe cordate in zona.

Prima di iniziare a salire dopo aver lasciato sulla destra il Gros Rognon, assistiamo anche ad un intervento del Soccorso alpino per recuperare un rocciatore infortunato ad una mano: solite operazioni veloci, sincronizzate, speriamo di non averne mai bisogno ma questo ragazzi ci sanno fare.


Rifugio Cosmique lasciato alla sinistra, anche qui in molti accampati in tenda prima dell’attacco per il Bianco, si prosegue in salita verso l’Aiguille du Midi, ma il traffico qua davvero intenso sia in andata che in ritorno, e in contemporanea, e la neve che molla, fanno optare per rinunciare all’abbinata Aréte e ovetti per il ritorno e si torna a piedi.


Al ritorno il termometro del Suunto arriva a segnare 35 gradi!